Il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione punta il dito su un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale e sempre meno capace di garantire sicurezza. 64.436 persone ristrette per 46.318 posti agibili
Celle sempre più affollate, anguste e abbandonate al degrado. Un mondo isolato, fatiscente e abbruttito dove sono ristrette 64.436 persone, a fronte di una capienza di 51.265 posti. Non lascia spiragli di speranza il XXII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia. E fino a partire dal suo emblematico titolo: ‘Tutto chiuso’. A indicare spazi sbarrati all’amore delle famiglie e alle opportunità di integrazione sociale. Dove persino l’ora d’aria non è sempre garantita.
L’osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone
Presentato il 19 di maggio, il report è stato realizzato grazie a 102 visite di monitoraggio svolte negli istituti penitenziari di tutta Italia dai team dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone. Il quadro che emerge è quello di un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale e sempre meno capace di garantire sicurezza.
Il fallimento di un approccio repressivo
Carceri via via più invivibili a fronte di un governo che continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria. E numeri che raccontano il fallimento di un approccio repressivo.

Su 51.265 posti disponibili sulla carta solo 46.318 sono, al 30 aprile di quest’anno, realmente agibili. Il tasso reale di sovraffollamento raggiunge così il 139,1%. Ma si tratta di una media. Perché sono ormai 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia.
30 mila ricorsi per trattamenti inumani e degradanti
Nonostante il governo abbia annunciato da tempo un piano carceri, i posti realmente utilizzabili sono addirittura diminuiti. Meno 537 dall’avvio del piano stesso. Nel frattempo, dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute. Numeri decisamente superiori ai 4 mila che portarono alla condanna nella sentenza Torreggiani contro Italia.
Più carcere non significa più sicurezza
L’aumento delle presenze non dipende da una recrudescenza della criminalità. I reati in Italia restano sostanzialmente stabili. Nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%. Diminuiscono anche gli ingressi in carcere e il ricorso alla custodia cautelare. Che oggi riguarda il 24,1% delle persone detenute.
Le pene più lunghe sono in crescita piuttosto per effetto delle politiche punitive adottate dal governo. Che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena.
Il 45,9 per cento dei detenuti è recidivo
Il sistema penitenziario continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte. È la dimostrazione di un approccio che non reinserisce e, di conseguenza, produce solo più insicurezza.
Solo il 29,3 per cento dei detenuti lavora e il 31 per cento studia
Del resto, i dati sulle attività che sarebbero fondamentali per i percorsi di reinserimento spiegano bene il perché di questa recidiva, con investimenti largamente insufficienti: solo il 29,3% delle persone detenute lavora. L’85,6% di queste risulta alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori. Solo il 4,9% è all’opera per soggetti esterni. Appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale. Solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università.
Murati vivi nel carcere
Emerge anche un segnale estremamente preoccupante. Per la prima volta rallenta, e in alcuni casi arretra, il sistema delle misure alternative alla detenzione. Dal carcere si esce sempre meno. Si viene murati vivi.
Le prese in carico degli Uffici di esecuzione penale esterna (Uepe) per l’affidamento in prova ai servizi sociali – misura alternativa più diffusa – sono state nel 2025 24.627. In calo rispetto alle 26.151 del 2024. Lo stesso accade per la detenzione domiciliare, i cui nuovi casi sono passati da 14.247 nel 2024 a 13.519 nel 2025.
Si tratta di un’inversione di tendenza particolarmente allarmante. Mentre il carcere continua a riempirsi, gli strumenti che potrebbero alleggerire la pressione sugli istituti e favorire percorsi più efficaci di reinserimento vengono utilizzati sempre meno. Eppure, alla fine del 2025, ben 24.348 persone detenute avevano un residuo pena inferiore ai tre anni. E avrebbero potuto potenzialmente accedere a una misura alternativa. Tra queste, 7.790 persone avevano addirittura meno di un anno di pena residua da scontare.
Il carcere si chiude e aumenta drammaticamente la tensione
Il titolo del rapporto ‘Tutto chiuso’ fotografa perfettamente ciò che sta accadendo negli istituti italiani. Oggi oltre il 60% delle persone detenute trascorre quasi tutta la giornata chiusa in cella. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica. Negli ultimi mesi circolari del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap) hanno ulteriormente limitato libertà di movimento, attività e aperture verso l’esterno. Come giustificazione si sono addotte presunte questioni di sicurezza all’interno degli istituti.
Eppure, proprio a partire da queste misure, è cresciuta la tensione, come dimostrano ancora una volta i dati. Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono passate da 2.154 a 2.423 (+12,4%). Le aggressioni tra persone detenute sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025 (+73%). Gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono aumentati del 27,6%. Diventa sempre più chiaro come la Polizia penitenziaria debba rivendicare un ritorno al carcere aperto.
Decessi, autolesionismo e detenuti che si tolgono la vita
Nel 2025 almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere. Dall’inizio del 2026 i suicidi sono già 24. In meno di un anno e mezzo sono morte suicide 106 persone detenute. Nel solo 2025 ci sono stati anche 254 decessi complessivi. Il dato più alto registrato da decenni. Gli atti di autolesionismo restano oltre 2mila ogni 10mila detenuti. Significa che mediamente un detenuto su cinque compie gesti autolesivi. Questi numeri raccontano una crisi strutturale, non emergenze isolate.
Più vita dietro le sbarre. Le richieste di Antigone
Di fronte a questo scenario Antigone chiede al governo di cambiare radicalmente approccio.

- piano Marshall per le carceri riempiendole di vita in vista dell’estate allo scopo di ridurre il numero dei suicidi
- ritiro di tutte le circolari che hanno chiuso il carcere. A partire da quelle sulla media e alta sicurezza
- misure urgenti per ridurre il sovraffollamento
- maggiore accesso alle misure alternative anche attraverso il ricorso al Consiglio di disciplina allargato. Per proporre premi tra cui anche la grazi;
- accesso alla detenzione domiciliare per tutti coloro che hanno da scontare un fine pena inferiore ai 12 mesi
- investimenti per il lavoro professionalizzante
- apertura di sezioni di liceo e di poli universitari riducendo gli ostacoli burocratici
- sport per tutti d’estate all’aperto in ogni carcere. E ripristino di modelli di custodia aperta e sorveglianza dinamica
- telefonate quotidiane. Riduzione dell’isolamento e limitazione della sorveglianza particolare oggi abusata
- interventi immediati per prevenire suicidi e autolesionismo. E informazioni ai parenti nell’immediatezza dei fatti
- costituzione di parte civile del Governo in ogni procedimento per tortura o lesioni commesse da esponenti del corpo di Polizia penitenziaria o altri membri dello staff
- screening generale di salute per tutti i detenuti a partire da malattie infettive e psichiatriche
- nuove politiche di riduzione del danno per tossicodipendenti e consumatori di droghe
- restituzione al direttore di pieni poteri di gestione del carcere. Evitando che questo sia nelle mani della Polizia penitenziaria
- cancellazione della norma che prevede l’istituzione di agenti sotto copertura
- cancellazione della norma che ha prodotto l’aumento dei bimbi in carcere con le mamme
- cancellazione della norma che prevede il delitto di rivolta penitenziaria. Che punisce con anni di galera la disobbedienza non violenta
L’appello di Antigone. “Un carcere chiuso non è un carcere più sicuro”
“Quello che riscontriamo quotidianamente con le nostre visite di monitoraggio, nelle nostre conversazioni con tutte le componenti che lavorano e vivono nel sistema penitenziario, è un panorama di crescente tensione – spiega Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – Un carcere chiuso non è un carcere più sicuro. Ma un carcere dove le persone e gli operatori sono più soli e più abbandonati. Dove le giornate passano nella noia e nell’apatia, con l’uso di psicofarmaci come elemento ‘calmante’ e ‘stabilizzante’. Bisogna invece aprire il carcere, al mondo esterno, al volontariato, alle attività”.
Bisogna aprire il carcere allo studio e al lavoro
Antigone chiede di promuovere investimenti per aumentare i corsi scolastici e di formazione professionale, semplificare il peso della burocrazia per attrarre aziende e incentivare il lavoro nel settore privato. “Oggi il carcere è lontano da tutto questo – prosegue Gonella- Tradendo la funzione costituzionale della pena e incentivando la recidiva”. Un governo che ha approvato due decreti sicurezza in pochi mesi non può ignorare “quanto oggi, il carcere, sia un luogo insicuro. E che produce insicurezza”.
Fonte: https://www.rapportoantigone.it/ventiduesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/
Foto: Freepik
Il rapporto completo si trova a questo link


