Le tre foto simbolo del mese di maggio sono state scattate due a Ceuta e una sulle spiagge libiche; le prime sono tutto sommato di speranza e umanità, l’ultima di disperazione e morte.

L’agente della guardia civil che tiene alto sopra la testa un bimbo marocchino di due mesi nelle acque di Ceuta ha compiuto il suo dovere di salvare una vita in mare, anche se era stato mandato lì a “respingere”

Così è per la giovane volontaria della Croce rossa spagnola che una foto ritrae mentre abbraccia un giovane affranto e senza forze appena uscito dalle acque sulla spiaggia di Ceuta.

Le foto sono diventate, come si dice, virali, e hanno suscitato commenti che esprimono il meglio e il peggio del genere umano. Sul meglio c’è poco da dire: la compassione è un sentimento universale, i bimbi, soprattutto i più piccoli, suscitano tenerezza, il gesto di abbracciare un sofferente ancorché sconosciuto è un comportamento fortunatamente diffuso.

Quanto al peggio, come sempre, è soprattutto sulla ragazza che si sono riversati fiumi di insulti, perché è giovane, perché è donna, perché abbraccia un “negro”.

Ma poi arrivano le foto choc inviate da Oscar Camps, il fondatore di Open Arms: i corpi di tre bambini morti che il mare ha restituito alla spiaggia libica di Zouara, una di quelle da cui avvengono le partenze dei barconi.

Sono immagini che urlano quello che in Europa non si vuole sentire. Che in Mediterraneo si rischia di morire e si muore, che i trafficanti di esseri umani non smettono mai di fare il loro sporco mestiere e godono di coperture nella struttura del potere libico o marocchino che sia. Che è sempre altissimo, se non in crescita, il numero di persone provenienti dall’Africa subsahariana disposte a correre rischi indicibili pur di intravedere la speranza di un futuro migliore, per sé e per i propri figli, visto il numero di donne incinte, bimbi e minori che si imbarcano.

Ma in Europa ci trinceriamo dietro una supposta “emergenza”, continuiamo a pensare che la soluzione possa essere una temporanea redistribuzione dei migranti arrivati sulle nostre coste negli altri paesi, che però in generale non ne vogliono sapere.

In Italia neghiamo il diritto d’asilo alla maggior parte dei richiedenti, rendiamo difficile l’acquisizione dei permessi, lasciando migliaia di persone in un limbo di irregolarità che li espone a maltrattamenti e sfruttamento, finendo per creare due mercati del lavoro, uno regolare e l’altro che rasenta la riduzione in schiavitù.

Promuoviamo decreti di regolarizzazione che si arenano per un eccesso di burocrazia, come l’ultimo varato lo scorso anno dalla ministra Bellanova.

Abbiamo decine di migliaia di ragazzi nati e cresciuti in Italia che non possono essere considerati cittadini come i loro compagni di classe solo perché i loro genitori provengono da un altro paese.

Finché continueremo a pensare alle migrazioni come a un fenomeno “emergenziale” e non strutturale, finché non si organizzeranno flussi ordinati e lasceremo i migranti in balia dei trafficanti, il Mediterraneo continuerà a restituire cadaveri.

Finché non daremo uno status giuridico alle persone che vivono, studiano e lavorano in Italia, lasceremo ampi spazi per lavoro nero ed evasione dei contributi.

È tempo di ripensare le norme che regolano la vita dei migranti nel nostro paese, a cominciare dalle legge base, la Bossi-Fini, vecchia di 20 anni e del tutto inadeguata. È tempo di guardare a tutti coloro che  cercano in Italia e in Europa un futuro degno, come a una risorsa e a un’iniezione di energia in un paese vecchio, stanco e sfiduciato.

 

Segnaliamo un altro articolo che prende spunto da queste immagini:

“Le foto choc. I piccoli migranti morti, ma non possiamo abituarci all’orrore”. Daniele Mercalli su Avvenire di martedì 2 giugno 2021

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