Favour Izu ha 26 anni, è originaria di Ogume, un paese nella regione del delta del Niger, in Nigeria. È arrivata in Italia il 26 giugno del 2016 con un barcone approdato sull’isola di Lampedusa. Ha passato qualche giorno vicino a Firenze e poi è venuta a Torino, ospite della signora che le ha pagato il viaggio, 25mila euro, le dice. Per la restituzione del debito, la signora la mette a fare “lavori sporchi”, come li chiama Favour.

In poco più di un anno Favour riesce a mettere insieme i soldi e si riscatta, decide di uscire dal giro. Si sente libera di iniziare una nuova vita, quella per cui è andata via dal suo paese.

La prima cosa che vuol fare è imparare l’italiano; finora ha parlato solo in inglese o nella sua lingua madre, l’ukwani. Viene così in contatto con i corsi che si tengono all’UPM e li frequenta per sei mesi; il passo successivo è frequentare un CPIA per prendere la licenza media, che ottiene alla scuola di via Bologna nel 2018.

Vuole continuare a studiare e quello stesso anno si iscrive all’Istituto professionale del turismo, ai corsi serali, così di giorno può lavorare come cameriera in una mensa aziendale e la sera frequentare le lezioni, anche per lei più online che in presenza, causa Covid. Questo è l’ultimo anno, c’è l’esame, dopo il quale Favour spera di ottenere un lavoro consono a quello che ha studiato. Le piacerebbe fare l’operatrice turistica, oppure lavorare in un albergo, ma per il momento va bene continuare con il lavoro alla mensa.

Le sue materie preferite a scuola sono arte, italiano e inglese che sa già abbastanza bene, perché l’ha studiato da piccola a scuola in Nigeria. Infatti, a Favour è sempre piaciuto studiare. “Quando ero piccola, volevo fare la segretaria” racconta, “però ho dovuto smettere la scuola dopo le elementari.”

La sua è un’infanzia complicata. Il padre non l’ha mai conosciuto e la madre, per mandarla a scuola, la affida a una zia che sta nella capitale dello stato di Edo, dove rimane dai 5 ai 10 anni. Poi però la zia ha problemi familiari e non può più tenerla con sé. Torna dalla mamma, che nel frattempo aveva trovato un lavoro come bidella; ma quando poco dopo la madre si risposa, il nuovo marito non vuole avere in casa i quattro figli del matrimonio precedente e ciascuno di loro deve cercare la sua strada.

Favour finisce così a 12 anni a vivere da una signora anziana, la cui figlia è emigrata in Italia, per fare la baby-sitter ai suoi nipotini, non può più andare a scuola. Rimane con lei per alcuni anni; lì si sente spesso dire: “Perché non vai anche tu in Italia. Puoi guadagnare un sacco di soldi.” Ma lei ha l’idea di restare in Nigeria, riprendere appena possibile a studiare e costruirsi un futuro lì.

A parte il lavoro con i bambini, che le garantisce anche vitto e alloggio, cerca di fare un po’ di soldi vendendo acqua per strada. Un giorno, mentre torna a casa, viene aggredita da un gruppo di ragazzi, che la derubano e la violentano. Favour finisce in ospedale e ci resta per quasi un mese, ferita nel corpo e nell’animo. Quando torna a casa della signora da cui faceva la baby-sitter, di nuovo le propongono di andare in Italia. Lei scappa, ha paura, non sa cosa fare. Sente che le hanno tolto il futuro che cercava di costruirsi lì, mettendo via i soldi guadagnati con l’acqua, che le hanno tolto la sicurezza. Però inizia a pensare che per lei la vita è altrove, che deve andare via dalla Nigeria.

Prende contatto con un’altra signora che le organizza il viaggio. Dopo due mesi è in Italia. Qui, nonostante i “lavori sporchi” e le imposizioni che inizialmente subisce, riesce a ricostruire un’idea di sé e di quello che vuole fare, riesce a non essere più vittima, a intravedere un futuro e a ricominciare a studiare: “Sto facendo solo ora quello che avrei dovuto fare prima.” Però lo sta facendo ed è quello che voleva. Dice ancora Favour: “Se penso a come ho vissuto la mia infanzia e ai primi tempi qui in Italia, ne ho fatta di strada, e tutto, pian piano, è arrivato”.

 

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