Dopo l’ennesimo naufragio di migranti nel canale di Sicilia, si è levato alto il monito di Papa Francesco, domenica 25 aprile, dopo il Regina Coeli, il pontefice ha parlato di  “un grande dolore”, del “momento della vergogna”. Papa Francesco ha nel cuore quelle 130 vite spezzate, e nella mente quei volti “che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto, un aiuto che non è mai arrivato”. Francesco ricorda “la tragedia che ancora una volta si è consumata nei giorni scorsi nel Mediterraneo. 130 migranti sono morti in mare. Sono persone. Sono vite umane”. Chiede che tutti si interroghino “su questa ennesima tragedia… È il momento della vergogna. Preghiamo per questi fratelli e sorelle, e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi. Anche preghiamo per coloro che possono aiutare ma preferiscono guardare da un’altra parte. Preghiamo in silenzio…”

Sono parole ferme anche quelle pronunciate sabato 24 aprile dall’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, – riportate da Vatican News – in riferimento ai ritardi nei soccorsi del gommone con 130 persone affondato, al largo della Libia. “A ferire la coscienza umana e cristiana non è solo l’assoluta indifferenza in cui tutto questo è avvenuto” ma anche quella dei principali organi di stampa nazionali che hanno trattato “la tragica fine di queste vite come una notizia di second’ordine o peggio di ordinaria routine”, soprattutto – denuncia – è anche “il grave rimpallo di responsabilità tra la Libia, Malta, l’Italia e l’Unione Europea a cui si assiste nelle ricostruzioni di queste ore”.
“Il lungo temporeggiare sull’obbligo del soccorso e l’accavallarsi confuso delle giustificazioni continuano purtroppo – prosegue il presule – a dimostrarci che non è più possibile che si ritardi nella ricerca di una soluzione politica a livello europeo, una soluzione umanamente sostenibile che ponga fine una volta per tutte a questa straziante barbarie”.
Nei pensieri di Lorefice ci sono “le sorelle e i fratelli, le donne e gli uomini dell’Africa, vittime, da parte dell’Occidente, di una spoliazione quotidiana e sistematica, che depreda della loro ricchezza e le costringe a cercare vita e fortuna altrove”. Invece di pensare a questo, denuncia l’arcivescovo, “chiudiamo le frontiere del nostro benessere grondante del sangue dei poveri, per impedire ad altri il diritto ad un’esistenza che non sia svuotata della sua stessa dignità”. Un fatto “scandaloso” perché l’Italia e l’Europa non sentono l’urgenza di cambiare le cose.
“Il tempo è finito. Svegliamoci! Lo dico – conclude Lorefice – in nome del Vangelo a tutti i cristiani, a tutte le donne e gli uomini di buona volontà: ripartiamo dall’uomo senza aggettivi e nazionalità, dalla nostra comune umanità e ripensiamo la politica così. Altrimenti non ci sarà futuro per noi e per i nostri figli!”.

Intanto la Comunità di S. Egidio annuncia che da lunedì 26 aprile si terranno, a partire dalla basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, in Italia e in tutta Europa, numerose veglie di preghiera, promosse dalla Comunità stessa in memoria delle vittime dell’ultimo naufragio davanti alle coste della Libia.
“Di fronte a questa ennesima strage del mare sentiamo il dovere di levare la nostra voce e la nostra preghiera perché il nostro continente non si macchi di colpevole indifferenza ma sia fedele ai suoi valori di umanità e di difesa dei diritti”.
Così la Comunità di Sant’Egidio chiede alle autorità di governo dei singoli Stati europei e a quelle comunitarie di “riattivare con urgenza una rete di salvataggio in mare, rapida ed efficiente, così come lo impone il diritto internazionale per non dover rispondere in futuro, oltre che alla propria coscienza, anche a reati di omissione di soccorso”.
Per quanto riguarda la Libia e i suoi centri di detenzione, occorre inoltre “aprire con urgenza corridoi umanitari verso i Paesi europei, con un modello che Sant’Egidio, insieme ad altre realtà come le Chiese protestanti e la Cei, ha già realizzato negli ultimi cinque anni, con buoni risultati riguardo non solo l’accoglienza ma anche l’integrazione”, sottolinea la Comunità di Sant’Egidio.

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