Baracche abitate da migranti a Rignano, nel comune di San Severo (FG) (foto Lucio Pisacane)

Riproponiamo un articolo di Fieri  del 22 febbraio 2021, di Serena Tagliacozzo, Lucio Pisacane (CNR-IRPPS) e Majella Kilkey (Università di Sheffield), che analizza l’impatto della pandemia da Covid 19 sulla filiera agroalimentare fortemente dipendente dalla migrazione stagionale, di fatto al momento bloccata. Il caso di studio è quello della Capitanata, nel foggiano. 

Questo breve contributo sintetizza i contenuti essenziali di un articolo intitolato “The interplay between structural and systemic vulnerability during the COVID-19 pandemic: migrant agricultural workers in informal settlements in Southern Italy”, pubblicato recentemente sulla rivista Journal of Migration and Ethnic Studies.

La pandemia da COVID-19 ha innescato cambiamenti sociali di grande portata incluso un effetto diretto sulle migrazioni e sulle politiche che le governano. Il primo e più rilevante cambiamento sono state le restrizioni alla mobilità, evento inedito per il numero di paesi e di individui coinvolti ma soprattutto per la durata del blocco, che ha determinato il venire meno dell’offerta di manodopera stagionale in diversi settori critici per l’economia italiana. Questa situazione ha messo in luce il contributo fondamentale che i migranti, in particolare lavoratori stagionali agricoli, offrono alle filiere agroalimentari e nel garantire la continuità dell’approvvigionamento alimentare del nostro paese. Al tempo stesso ha mostrato come le vulnerabilità preesistenti di questo gruppo di lavoratori stranieri abbiano interagito in modo sostanziale con la vulnerabilità prodotta a livello globale dalla pandemia. L’indicazione per i futuri “tempi normali” è quella di affrontare entrambi i livelli di vulnerabilità simultaneamente per garantire il rispetto dei diritti, la piena legalità, la produttività e la resilienza delle filiere agroalimentari.

Nella primavera del 2020, la vulnerabilità strutturale dei lavoratori agricoli migranti ha guadagnato la scena mediatica, e in qualche misura il centro del dibattito politico, per due ragioni. La prima è che questi sono rientrati a pieno titolo tra i “lavoratori essenziali”, impegnati cioè in un settore chiave che ha garantito le forniture alimentari durante i mesi del confinamento.

La seconda ragione è di natura epidemiologica. Le precarie condizioni di vita e l’organizzazione del lavoro tra i braccianti stranieri, così come la conosciamo in molte aree del Mezzogiorno ma anche in alcune del Centro-Nord, hanno reso impraticabile il distanziamento sociale e il rispetto dei dettami fondamentali in materia di sanità e igiene al fine di contenere il contagio. Le medesime condizioni di vita e di lavoro che prima del COVID-19 erano largamente tollerate, sebbene in violazione dei diritti umani e delle norme sul lavoro, sono diventati un fattore di rischio per l’intera società. La possibilità che le conseguenze della vulnerabilità strutturale dei braccianti agricoli potessero andare oltre il livello locale e i diretti interessati, e propagarsi a livello sistemico (ad esempio, mettendo a repentaglio sicurezza alimentare nazionale e salute pubblica), ha stimolato un inedito dibattito pubblico e politico.

Nel nostro studio, analizziamo la crisi pandemica attraverso la lente della vulnerabilità; più precisamente, prendiamo in considerazione le dinamiche del settore primario della nostra economia e le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori stranieri che vi sono impiegati. Mettiamo in evidenza come le crisi, compresa l’attuale pandemia, non producano i loro effetti su di una tabula rasa, bensì interagiscono con le condizioni preesistenti di vulnerabilità delle società e di specifici gruppi sociali.

Attraverso interviste a informatori chiave, abbiamo osservato l’interazione di vulnerabilità strutturale e sistemica tra i braccianti stranieri nel contesto agricolo della Capitanata (Foggia).

Abbiamo definito la vulnerabilità strutturale come l’insieme delle condizioni politiche, sociali, economiche ed ambientali – congiuntamente al sistema istituzionale locale, nazionale e internazionale – che influenzano l’ambiente in cui individui, famiglie e comunità vivono. La vulnerabilità sistemica è stata invece definita come la dipendenza del sistema locale dalle relazioni con altri sistemi, nazionali e internazionali, che si accentua in modo crescente durante una crisi internazionale come quella pandemica in corso.

Il contributo utilizza nell’analisi l’approccio sviluppato nello studio dei disastri dallo United Nations Office for Disaster Risk Reduction, che ha evidenziato come il rischio sia fortemente legato alle interconnessioni tra le reti di sistemi complessi. Pertanto, la vulnerabilità strutturale può essere limitata a un determinato ambito del sistema, mentre la vulnerabilità sistemica ha il potenziale per creare effetti a catena su una varietà di sistemi interconnessi, propagandosi così su scala globale.

Le due forme di vulnerabilità si manifestano in gradi diversi nella vita quotidiana: mentre gli effetti della prima – povertà, emarginazione, discriminazione, ecc. – sono evidenti a chiunque voglia osservarli, le implicazioni della vulnerabilità sistemica sono in gran parte sottostimati in “tempi normali”. Aumentare la consapevolezza della vulnerabilità sistemica è quindi difficile in periodi non interessati da crisi di ordine appunto sistemico. Queste, trasformando il latente in manifesto, innescano le interconnessioni tra debolezze strutturali e sistemiche, facendo emergere il rischio di fallimenti a livello sistemico.

In questo senso, l’articolo ha preso in esame i lavoratori agricoli migranti per proporre un quadro analitico (vedi figura in basso) che tenga conto dell’interazione tra vulnerabilità strutturale e sistemica durante le crisi. In particolare, è stata analizzata come caso studio l’area della Capitanata, in Puglia, per la presenza storica di migranti impiegati in agricoltura che vivono in condizioni di vulnerabilità in insediamenti informali nell’area agricola del foggiano.

La vulnerabilità strutturale dei braccianti in Capitanata si manifesta su più piani: sfruttamento ed estrema stagionalità dell’impiego, condizioni abitative precarie spesso senza accesso ad acqua corrente, scarsa integrazione e difficoltà nell’accesso ai servizi socio sanitari locali, intermediazione illegale dei rapporti di lavoro e dipendenza dalla figura del caporale, estremo isolamento sociale e scarse opportunità di integrazione nel contesto locale a causa della localizzazione remota degli abitati informali. Tutte queste dimensioni sono state oggetto di politiche ed interventi, più o meno efficaci, da parte di soggetti istituzionali e di organizzazioni del terzo settore, che nel nostro lavoro definiamo “fattori di mitigazione”.

Le conseguenze della pandemia hanno messo in relazione le vulnerabilità appena descritte a livello locale con vulnerabilità più ampie, nazionali e internazionali. Come già sottolineato il blocco della mobilità ha ridotto l’arrivo dei “neocomunitari” e di conseguenza prosciugato il bacino di manodopera prima disponibile, mostrandone l’alto grado di dipendenza strutturale dell’agricoltura italiana da essa. La vulnerabilità legata alle condizioni abitative locali si è propagata a livello nazionale perché queste non permettevano il distanziamento.

Figura: L’interazione tra vulnerabilità strutturale e sistemica (Fonte: Tagliacozzo, Pisacane e Kilkey, 2020)

Il caso di studio viene utilizzato per dimostrare come le condizioni di vulnerabilità di lunga data a livello strutturale hanno interagito con la crisi COVID-19 producendo ulteriori problematiche per i lavoratori migranti, esponendoli al contempo alla vulnerabilità dei sistemi collegati (ad esempio, il mercato del lavoro agricolo, il sistema di migrazione e asilo e l’assistenza sanitaria). L’interazione tra vulnerabilità strutturale e sistemica (e i suoi potenziali impatti) è accentuata dal verificarsi di un pericolo che scardina la relativa autonomia tra i sistemi (e tra le loro rispettive vulnerabilità).

In Italia le conseguenze della pandemia hanno favorito l’introduzione di un’ennesima regolarizzazione temporanea di massa, mirata, non a caso, ai braccianti agricoli e ad altro segmento di “lavoratori essenziali”, i lavoratori della cura e dell’assistenza. La regolarizzazione era già una delle opzioni sul tavolo prima del COVID-19 ed è stata colta la “finestra di policy” aperta dalla crisi per un provvedimento che altrimenti avrebbe faticato a raccogliere un consenso politico sufficientemente ampio. Sin dalla sua approvazione parlamentare, nel marzo 2020, i critici hanno evidenziato la durata limitata del provvedimento, circoscritta a sei mesi, e l’esclusione di molti lavoratori privi di documenti. La regolarizzazione e le sue procedure applicative contenevano carenze significative che hanno influenzato il suo impatto nel settore agricolo. Il costo forfettario della procedura per i datori di lavoro (circa 500 euro) è spesso stato “scaricato” sui lavoratori e vi sono stati casi di compravendita di contratti falsi.

Infatti, i dati del Ministro dell’Interno al 15 agosto 2020 mostrano che la regolarizzazione ha avuto una diffusione relativamente scarsa nel settore agricolo: delle 207.500 richieste di regolarizzazione totali, solo circa 30.700 provenivano da lavoratori agricoli. I principali sindacati italiani dell’agricoltura (FLAI CGIL-CISL-USB), che avevano criticato la regolarizzazione fin dalle origini, hanno evidenziato la sua scarsa efficacia. Diversi scioperi sono stati organizzati durante l’estate 2020 da USB e Lega Braccianti, una nuova associazione di migranti promosso dal sindacalista Aboubakar Soumahoro, per portare all’attenzione del pubblico le difficili condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori agricoli. In questo senso le conclusioni dell’articolo indicano come l’interazione delle vulnerabilità abbia prodotto, tra le altre, una rinnovata visibilità al fenomeno del grave sfruttamento in agricoltura favorendo una lenta e complessa presa di coscienza di una manodopera disomogenea e poco organizzata per rivendicare i propri diritti.

Altri rapporti e studi utili per approfondire:

ANDERSON, Bridget; POESCHEL, Friedrich, Martin (2020). COVID-19 and systemic resilience: rethinking the impacts of migrant workers and labour migration policies. EUI Working paper. Available at: https://cadmus.eui.eu/handle/1814/68235

Bochtis, D., Benos, L., Lampridi, M., Marinoudi, V., Pearson, S., & Sørensen, C. G. (2020). Agricultural workforce crisis in light of the COVID-19 pandemic. Sustainability, 12(19), 8212.

Guadagno, L. (2020). Migrants and the COVID-19 pandemic: An initial analysis. (IOM report. Migration Research Series n.60). Geneva: IOM. Retrieved from: https://publications.iom.int/system/files/pdf/mrs-60.pdf

ILO (2020). Protecting migrant workers during the COVID-19 pandemic Recommendations for Policy-makers and Constituents. Retrieved from https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/— ed_protect/—protrav/—migrant/documents/publication/wcms_743268.pdf

IOM (2020). COVID-19: POLICIES AND IMPACT ON SEASONAL AGRICULTURAL WORKERS. Issue Brief. Available at: https://www.iom.int/sites/default/files/documents/seasonal_agricultural_workers_27052020_0.pdf

Palumbo L. & Corrado A. (2020). Covid-19, Agri-food systems and migrant labour. The situation in Germany, Italy, The Netherlands, Spain, and Sweden, European University Institute and Open Society Foundations. Retrieved from https://www.opensocietyfoundations.org/uploads/ccf241cc89b2-4b44-a595-90bd77edab3d/covid19-agrifood-systems-and-migrant-labour-20200715.pdf

UNDRR (2020). Shifting the paradigm: introducing the Global Risk Assessment Framework (GRAF) Blogpost. Available at: https://www.preventionweb.net/news/view/71352

Willen, S.S., Knipper, M., Abadía-Barero, C.E. & Davidovitch, N. (2017). Syndemic Vulnerability and the Right to Health. Lancet, 389, 964-77

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