Il rapporto Open Doors 2023 fa il punto sulle persecuzioni dei cristiani: 50 i paesi in primo piano dalla Corea del Nord al Nicaragua

Ci sono le chiese bruciate o distrutte; ci sono le persone rapite, le aggressioni fino all’omicidio, l’attacco alle case o alle attività; ci sono le violenze degli stati autoritari, o quelle di gruppi estremisti contro le minoranze. Il quadro presentato dal trentesimo rapporto di Porte aperte/Open Doors sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo è a tinte fosche e non vede spiragli di miglioramento rispetto ai precedenti. Anzi il numero è aumentato: nel corso del 2022 un cristiano ogni sette nel mondo ha subito qualche forma di persecuzione e stiamo parlando unicamente dei casi venuti alla luce. Molti rimangono invece nell’ombra.

Il rapporto focalizza la sua attenzione su cinquanta paesi dove le persecuzioni sono più acute. Quest’anno torna al primo posto la Corea del Nord, dove la promulgazione di una legge “contro il pensiero reazionario” ha aumentato la pressione e portato all’arresto di un maggior numero di cristiani e alla chiusura di molte chiese domestiche. La legge infatti stabilisce che qualunque testo scritto fuori del paese possa essere portatore di ideologia reazionaria, compresa quindi la Bibbia. La sorte dei cristiani arrestati in Corea del Nord è, nella migliore delle ipotesi, quella di finire in campi di prigionia dove le condizioni di vita sono estremamente precarie e soggette a fame e violenze, in particolare se si è donne

Non che in Afghanistan, paese al primo posto nel rapporto dello scorso anno, la situazione sia davvero migliorata. Subito dopo la presa del potere dei talebani molti cristiani sono stati arrestati e alcuni giustiziati. Tutti quelli che hanno potuto sono scappati, gli altri si nascondono. La discesa del paese al nono posto nella classifica è quindi dovuta più alla mancanza di notizie che alla fine delle persecuzioni. Nei vicini paesi dell’Asia centrale la rete di Open Doors soccorre ogni settimana diverse migliaia di cristiani afgani.

Ma un’area del mondo dove la situazione sta vistosamente peggiorando è l’Africa subsahariana. È di pochi giorni fa (il 17 gennaio) l’assalto a una chiesa nella Repubblica democratica del Congo che ha provocato la morte di 17 persone. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato islamico ed è avvenuto a pochi giorni dal previsto viaggio di papa Francesco in questa parte del continente africano.

È però la Nigeria a detenere il triste primato del maggior numero di omicidi di cristiani, ben 5014 nel 2022. Pur essendo il paese dove il cristianesimo è la religione più diffusa, è in corso da alcuni anni un programma di islamizzazione forzata da parte di gruppi radicali soprattutto nel nord del paese, ma che si sta estendendo anche verso sud. I responsabili degli omicidi e dei rapimenti soprattutto di donne e ragazze sono gli uomini di Boko Haram e di altri gruppi islamici radicali a cui ultimamente si sono aggiunti i fulani, etnia islamica di pastori. Il governo poco fa per reprimere le scorrerie e gli attacchi di questi gruppi rendendo la vita di molte comunità in tutto il paese sempre più difficile.

In generale, si può dire che in tutti i paesi islamici dove vige la sharia, non c’è libertà di praticare religioni diverse dall’islam e questo vale a maggior ragione per il cristianesimo. Ad essere perseguitati con maggiore accanimento sono i cristiani e le cristiane di famiglia o tradizione mussulmana. A volte sono le famiglie stesse a “punire” o a segnalare alle autorità chi si è allontanato dalla religione dei padri. Se poi si tratta di donne o ragazze il rischio di essere costrette a matrimoni forzati o, se sposate, a divorzi senza il diritto di poter vedere i propri figli è molto elevato.

Anche nei paesi del Medio Oriente dove i cristiani erano sempre stati una minoranza consistente, come la Siria o l’Iraq, gli anni di guerra hanno portato alla fuga e allo svuotamento dei villaggi dove prima vivevano comunità cristiane. Tanto da far dire ai responsabili di Porte aperte che c’è “una chiesa cristiana profuga” costituita dalle migliaia di sfollati costretti dalle guerre e dalle persecuzioni a lasciare il loro paese di origine.

Difficile la vita per i cristiani anche in India, soprattutto da quando al governo c’è il partito radicale indù di Narendra Modi. L’idea che i “veri” indiani sono solo coloro che seguono la religione induista tende a escludere tutti gli altri, e in particolare i cristiani e le cristiane, spesso di bassa casta e quindi ulteriormente messi ai margini, alimentando quindi l’ostracismo quando non la violenza nei loro confronti.

In Cina a rendere più difficile la vita dei cristiani è il sempre maggior controllo governativo su internet e sulle reti, uno strumento prima usato per mantenere i contatti tra gruppi, in particolare durante i lunghi periodi di lockdown per il Covid. Per via dell’aumento della sorveglianza e delle restrizioni, molte chiese domestiche hanno smesso di riunirsi in grandi gruppi e si sono divise in gruppi più piccoli. Altre erano solite incontrarsi online, ma ciò è diventato più difficile. Diversi cristiani sono stati arrestati e condannati, spesso accusati di attività e operazioni illegali, di frode, di agire contro la sicurezza nazionale o, secondo una vaga espressione utilizzata, di “causare problemi”.

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