Il giornalista Matteo Caione, in un articolo pubblicato da Avvenire martedì 6 luglio 2021 (che qui riportiamo), fa un resoconto del suo viaggio nelle campagne di Nardò, nel cuore del Salento, tra gli sfruttati che raccolgono frutta a 40 gradi nonostante il recente divieto della Regione che vieta il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole, dalle 12.30 alle 16, fino al 31 agosto.

I più fortunati lavorano per sei euro all’ora. Si svegliano prima dell’alba e tornano dopo il tramonto, non esistono giornate di riposo e nei campi si va anche di domenica. Sole, caldo torrido e sudore sono i loro compagni di fatica. È una battaglia resa sopportabile solo dalla necessità di una paga per poter sopravvivere. La coperta delle tutele e dei diritti è quella che è, e finanche la bottiglia d’acqua e il panino sono a carico dei lavoratori.

Nel cuore del Salento le temperature delle ore più calde sfiorano i 40 gradi e la giornata dei braccianti agricoli si sa quando comincia, ma non quando finisce. Nelle campagne di Nardò (Lecce) sorge il campo di accoglienza di Boncuri, una foresteria realizzata dalla regione Puglia e gestita dalla Caritas e dalla Croce Rossa: è qui che 170 lavoratori stranieri vengono assistiti ogni giorno per tutta la stagione. La scorsa settimana ha lasciato la triste eredità di tre giovani morti nel tacco d’Italia dopo aver lavorato nella morsa del caldo: Camara Fantamadi, originario del Mali, 27 anni, rientrava in bicicletta dalle campagne dopo una giornata di fatica in campagna e il suo cuore non ha retto. È morto per strada, a Brindisi. In questo drammatico solco si inseriscono anche la tragedia di un 35enne di Miggiano (Lecce), colpito da un malore fatale mentre distribuiva volantini, e di un 38enne di san Pietro Vernotico (Brindisi) che si è sentito male ed è deceduto mentre guidava un’autocisterna. Le loro storie si aggiungono a tante altre morti sul campo.

L’eco di questi drammi arriva anche Boncuri, ma non c’è tempo per pensarci più di tanto. I turni sono massacranti: anche 12-13 ore nelle campagne e al rientro ci sono margini solo per rifocillarsi e riposarsi. Perdere tempo è un lusso che i braccianti non possono concedersi. Mentre i volontari della Caritas di Nardò distribuiscono la cena (primo, secondo, pane e frutta), i lavoratori rientrano alla spicciolata.

Da giorni è in vigore l’ordinanza del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che così come hanno fatto i sindaci di Brindisi e Nardò, vieta il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole, dalle 12.30 alle 16, fino al 31 agosto. Eppure, nonostante le tragedie, le ordinanze e le leggi contro il caporalato certe ruggini sono difficili da scrostare. «Non so nulla di questa ordinanza, noi – racconta Nabil, un bracciante di 32 anni originario del Marocco e residente in Campania – non ci siamo mai fermati». Nemmeno una pausa per un boccone. «Si mangia e si beve mentre si lavora. Il panino e l’acqua ce li portiamo noi. Mi danno sei euro all’ora, ma non so quante ore realmente mi pagheranno. Mi sveglio alle 4 e anche oggi ho raccolto angurie tutto il giorno. Ho lavorato dalle 5.30 di questa mattina fino alle 6 del pomeriggio, ma certi giorni finiamo anche alle 9 di sera», dice Nabil. Lavorano in aperta campagna, anche quando il sole non dà tregua, la terra scotta e lo scirocco rende l’aria appiccicosa.

Raccolgono angurie, pomodori, patate. «Siamo nei campi anche la domenica. È pesante e a fine giornata non hai voglia di fare altro se non buttarti sul letto», spiega un giovane algerino. I lavoratori ospitati a Boncuri seguono la strada delle colture. E a fine stagione risaliranno verso Nord. Per un ragazzo tunisino si è chiusa la prima giornata di lavoro: l’ordinanza in questo caso è stata rispettata. «Mi sono svegliato alle tre di notte – racconta – perché il campo è molto lontano e ci vogliono due ore per arrivare. Ci siamo fermati prima dell’una per poi riprendere intorno alle 16, ma l’acqua l’abbiamo dovuta pagare noi».

I braccianti mangiano solo una volta al giorno: è il pasto che ricevono dai volontari della Caritas quando la sera rientrano a Boncuri. È lo spaccato di una periferia esistenziale attraversata dallo sfruttamento: lo scotto da pagare da chi ogni giorno si china nella terra rossa e bollente per portare il pane a casa. Boncuri è un presidio anti-caporalato che le istituzioni del territorio da alcuni anni hanno messo su per dare accoglienza ai lavoratori. Si ottiene un alloggio nelle piccole casette climatizzate con un contratto di lavoro o col permesso di soggiorno, e comunque dopo il tampone con esito negativo. Tutti sono dotati di badge (con foto e dati personali) da esibire. E la Croce Rossa garantisce il monitoraggio e l’assistenza anche di notte. Una ventina di lavoratori sono ancora fuori dai cancelli e dormono sotto gli alberi. Non si contano, invece, gli invisibili che trovano riparo nelle campagne circostanti.

«Il progetto di Boncuri – dice don Giuseppe Venneri, direttore della Caritas della diocesi di Nardò-Gallipoli – è un punto di partenza importante per dare dignità a questi ragazzi. Ovviamente, c’è ancora molto da fare. Il caporalato si nasconde dietro volti che spesso è difficile smascherare. Quasi tutti si alzano anche alle tre di notte e molti di loro arrivano fino in Basilicata. Da queste parti il 90% del lavoro nei campi lo svolgono gli stranieri. Come Caritas siamo in prima linea garantendo un pasto e l’aiuto nell’affrontare i disagi quotidiani: l’accoglienza è la nostra missione». Una trincea della solidarietà attraversata anche da spiragli di luce e di umanità.

«Le visite del medico del lavoro, a cui sono sottoposti tutti gli ospiti di Boncuri, ci fa raccontare una storia diversa: un controllo, eseguito nei giorni scorsi, ha scongiurato un altro dramma», sottolinea Mimma Antonaci, portavoce della Croce Rossa salentina. «A un uomo di 42 anni – racconta – è stata riscontrata una grave stenosi cardiaca. Tramite il 118 è stato ricoverato nell’ospedale di Lecce e probabilmente sarà sottoposto a un intervento. Lavorando sotto il sole avrebbe avuto il destino segnato. I controlli salvano la vita, sono essenziali per evitare quello che è accaduto a Brindisi: sulla salute delle persone una comunità civile non può fare sconti».

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