Dialogo tra Enzo Bianchi e Paolo Rumiz, con la partecipazione di Angela La Rotella © Marcos Dorneles


Camminare per necessità e per la ricerca di sé: due modi di affrontare l’idea del viaggio che ogni tanto si incrociano nel divenire dell’umanità ogni volta che l’orizzonte sembra finire.

di Alberto Gaino

Il cammino – il lungo cammino dei diritti, il cammino che trasforma i più poveri in camminanti per anni, rimbalzati da un muro all’altro d’Europa, il cammino alla ricerca di sé – è il tema che “lega” i tanti eventi del nostro Festival dell’Accoglienza 2022. E la sua ultima declinazione, “Nel cammino il senso della vita”, è stata affrontata in una sala di Palazzo Carignano che ospita il Museo del Risorgimento Italiano. In un contrasto stridente, eppure potentemente evocativo, con scene di guerra, morte e dolore muto che scendono dai grandi quadri tutt’attorno: qui si sono incrociate le parole, i pensieri condivisi ad alta voce, le testimonianze del monaco e saggista Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, e del viandante per vocazione Paolo Rumiz, autore che ha fatto del camminare la cifra della sua scrittura. Ne è emersa una riflessione polifonica sul senso della vita attraverso il “cammino”, reale e come metafora dell’esistenza.

Per Bianchi la “grazia del camminare aiuta a vivere nella pienezza”. Il monaco ne ha tratto una riflessione maturata dalla sua storia personale: “Una patologia provocata dalla vecchiaia e non da altro mi impedisce, da due anni, di camminare come ero abituato. Il mio passo si è fatto incerto e, pertanto, cerco di valorizzare la memoria dei miei viaggi nel deserto nel sud del Marocco e a nord-ovest sui monti dell’Atlante, con ore e ore di cammino in cui incontravo persone e nello stesso tempo potevo far tesoro della solitudine che mi accompagnava: c’erano gli spazi per entrambe queste esperienze umane, altrettanto fondamentali. La conoscenza dell’altro ti porta a capire che le differenze arricchiscono e il cammino non porta alla contrapposizione, a scontrarsi. È parte della conoscenza che non esistono patrie e confini, anzi, il camminare ti porta alla consapevolezza che ogni terra è la nostra patria se sappiamo rispettarci gli uni con gli altri.”

“Anche la solitudine è un processo di quel cammino. Perché produce pensiero in armonia con il battito cardiaco, nient’altro quindi di una potente sinergia fra la mente e i nostri muscoli ci fa incontrare lo stato di grazia che ci consente di imboccare un’altra strada: quella della ricerca di noi stessi attraverso un cammino interiore. Ciascuno di noi è chiamato a farlo, se vuole dare un senso alla propria esistenza. Non si può affrontarlo senza cercare la solitudine dentro noi, liberati dai rumori esterni e dalle continue distrazioni in cui ci attirano il web e la comunicazione apparente che internet ci consegna. La solitudine non è affare solo dei monaci. Ma di tutti: siamo venuti al mondo in solitudine e moriremo in solitudine.”

La solitudine ci inoltra nel mistero della vita aiutandoci
a riconoscere e a sentire una voce interiore che i credenti chiamano Dio.
Io preferisco la definizione di coscienza,
in cui possiamo identificarci tutti.

enzo bianchi

Per Bianchi il cammino fisico prepara al cammino interiore e ne coglie la priorità rispetto ad altri bisogni in un vecchio insegnamento di suo padre: “Rinuncia piuttosto al cibo e sopporta la fame, ma non ai libri e al viaggio”. Sul significato profondo del camminare insieme (per i volontari dell’omonima associazione torinese l’ispirazione del servizio per gli ultimi, che si tratti di curarne il corpo o di ascoltarli, o altro ancora, sul modello della Lettera pastorale dell’arcivescovo di Torino, Michele Pellegrino, che ne aveva affidato la stesura a uno dei primi preti-operai, Carlo Carlevaris), Enzo Bianchi ammonisce che non si può camminare insieme se non si è in grado di camminare da soli. È la chiusura dell’ideale cerchio in cui svolge la sua riflessione. 

Rumiz ha un altro profilo di approccio al cammino: quello di cercarvi la sua bellezza. Che, semmai, è anche ricerca del profondo nel riconoscimento dei valori in cui crede e, quindi, di senso. Significativamente il suo racconto parte dal basso, dai piedi e dalle scarpe: “Alle elementari, un giorno, la maestra mi disse che scrivevo con le mie scarpe. Mi offesi molto, ma non per il paragone. Avevo un’alta opinione delle mie scarpe, inculcatami dalla mia famiglia. Una famiglia di frontiera. Crescendo, affinai l’importanza di camminare calzando buone scarpe, senza le quali non avrei potuto conoscere luoghi e persone, e scriverne. Della loro importanza mi ha dato piena consapevolezza la lettura di un libro di Primo Levi sul ritorno da Auschwitz (il libro è La tregua). Un viaggio che l’ormai ex deportato affronta inizialmente insieme ad uno straniero che calza buone scarpe e gli consiglia di fare come lui, trovarne un buon paio, Ti rendono più lucido mentre cammini.”

Alle elementari, un giorno, la maestra mi disse che scrivevo con le mie scarpe.

paolo rumiz

Dal ringraziamento alle buone scarpe il viaggiatore Rumiz passa alla “bellezza del viaggio, incontrata anche nelle piccole cose, dettate dalla casualità: attraversavo a piedi l’Istria e avevo sete quando mi imbattei in un contadino che, incuriosito, mi disse: Tu vai lontano! Gli chiesi: Come l’hai capito? Mi rispose: Perché vai lento. Allora prese dal suo vigneto una manciata di uva malvasia e me la mise in mano accompagnandola con queste parole: Vai in pace!”.

La testimonianza di Rumiz è un racconto di frammenti di storie di viaggio che riconducono ad una sola sintesi: il cammino come viaggio in pace con se stessi e con gli altri, e anche con la bellezza, della natura innanzi tutto, che diventa anche scoperta di sé.  Il racconto prosegue: “Trascorsi un mese in un’isola del Mediterraneo, un chilometro quadrato di terra ricoperto in gran parte da fitta vegetazione a cento metri di altezza sul livello del mare, e con al centro un ciclopico faro con una potenza di soli 4 watt ma che era in grado, grazie ad un gioco di specchi, di illuminare il mare intorno, nella sua circolarità, per molte miglia. Nelle notti fonde mi svegliavo puntualmente alle tre, destato dal cervello mosso a sua volta da un ancestrale bisogno, e salivo in cima al faro a guardarmi attorno, a cercare nel buio quelle lame di luce e le parole cui dar forma ai pensieri che si affacciavano tutti insieme come una cascata fragorosa”.

“Ero partito per quella vacanza con una ventina di libri, convinto che non avrei avuto molto da fare su quell’isoletta. Invece l’impatto con la natura mi riempì le giornate: mi ero lasciato alle spalle i rumori della città e avevo trovato là il gran vociare naturale degli stormi di uccelli migratori al loro passaggio. L’isola, poi, era luogo di nidificazione dei gabbiani e nel camminarvi dovevo fare continuamente attenzione a non calpestarne le uova. Scoprivo ogni giorno cose nuove e imparavo la responsabilità di vivere in armonia con l’ambiente.”

Scoprivo ogni giorno cose nuove e imparavo la responsabilità di vivere in armonia con l’ambiente.

paolo rumiz

Quella bellezza di sentirsi in pace e in un certo senso di essere in pace lo portò, “ad un certo punto, a parlare da solo, come se avessi un pappagalletto su una spalla cui rivolgermi”. Rumiz ne parla come dell’approdo di un “viaggio immobile dentro e intorno ad un faro ciclopico”. Non a caso ciclopico. Paragonato ai “duemila scalini, nell’isola di Alicudi, per raggiungere una casa dove, io e mia moglie, la notte, portavamo fuori i materassi e ci sdraiavamo sotto il cielo buio. Ma non dormivamo. Non avevamo sonno.”

Non ci sono molte parole nei viaggi di Rumiz, ma il giornalista ha scritto molte parole per raccontarli disegnando traiettorie antiche, come la “riscoperta della Via Appia, da Roma a Brindisi, attraverso un Appennino valicabile e accogliente. Un viaggio nel paesaggio e nella storia degli eserciti che hanno percorso le sue strade e delle migrazioni che li hanno preceduti e seguiti”. Qui lo scrittore si avvicina al tema del Festival dell’Accoglienza: il cammino che diventa il viaggio dei camminanti. Definizione che né lui né Bianchi daranno mai nelle oltre due ore di conversazione. Perché il secondo sembra concentrato sull’importanza del viaggio dentro se stessi sino alla “profondità che corrisponde ai nostri tumulti”, come priorità. E, per cui, ricorre spesso alle citazioni dalla Genesi. Come quella del cammino di Hagar, schiava di Sara moglie di Abramo, scacciata verso il deserto insieme al figlio Ismaele che ha avuto da Abramo, disperata nella sua solitudine che le impedisce di vedere una via per portare in salvo la vita del figlio. Improvvisamente una voce interiore le parla e le dice: Alzati, prendi per mano il bambino e andate insieme!

Per Bianchi quell’insegnamento biblico è l’esortazione a concepire il viaggio come salvezza ed è quanto accade per milioni di fuggiaschi da guerre, carestie, soprusi, come quelli patiti da Hagar, nome di battesimo che in lingua semitica significa “la viaggiatrice” e in aramaico “colei che accoglie”. In questa sintesi fra la Genesi e la metafora termina il cammino di padre Bianchi.

Hagar, nome di battesimo che in lingua semitica significa “la viaggiatrice” e in aramaico “colei che accoglie”

enzo bianchi

Per Rumiz la traiettoria del viaggio prosegue ancora un po’ nella concretezza delle sue storie: “Mi trovavo in Puglia quando mi informarono di un naufragio di migranti e che alcune salme stavano per essere sbarcate da una motovedetta a Santa Maria di Leuca, dove lo Ionio e l’Adriatico si fondono. Arrivai per vedere un sacco bianco che conteneva la vita di una donna siriana e della bambina o bambino di cui era incinta. Chino su quel sacco bianco vi era un soccorritore. Un palombaro che aveva visto tutto della mattanza di vittime innocenti che il Mediterraneo ingoia da anni. Eppure, piangeva come un bambino. Per capirne la ragione, soprattutto chi fosse e cosa rappresentasse quella povera donna con quel suo figlio mai nato, dovetti andare a Lampedusa. Vedendo sbarcare un gruppo di donne, sentire l’odore di cherosene e vomito che portavano a terra, udire il canto di nostalgia per le loro case che avevano dovuto abbandonare e insieme di speranza del futuro,  allora capii. Ne ho scritto nel mio ultimo libro, fermando l’attenzione, attraverso un ennesimo viaggio, sull’Europa dei muri che nasce da Europa, rapita da Zeus e di cui il continente porterà il suo nome, legato ad una narrazione fondata sulla violenza ad una giovane donna. La terra su cui viviamo, popolata sin dall’antichità da popoli provenienti da altrove, trae dal mito quella origine. Ed è terra di immigrazione. Che ha una ascendenza femminile, per definizione accogliente”.

L’Europa in cui viviamo, popolata sin dall’antichità da popoli provenienti da altrove, è terra di immigrazione.

PAOLO RUMIZ

In fondo al suo racconto anche Rumiz si confronta con la dimensione del camminare insieme. La sua risposta è categorica: “Io cammino da solo. Il vero viaggiatore si porta dietro pochissimo – aggiunge spostando l’orizzonte oltre – e a mano a mano che si avvicina alla vecchiaia deve essere più leggero. Bisogna prepararsi al grande viaggio finale”.

Cammina lentamente, Paolo Rumiz, ma il suo pensiero va veloce e svolta ancora, tornando indietro, ad un altro scenario. Questa volta ci proietta in Afghanistan: “Ci arrivai per confini più immaginari che reali e riuscii ad essere fra i primi giornalisti accorsi a raccontare una nuova guerra da quelle parti. Ero a piedi e portavo sulle spalle uno zainetto che pesava 6 chilogrammi. Passò un camion di mujaheddin e fu istintivo per me chiedere un passaggio alzando una mano. Un’altra mano si protese dal cassone del camion e l’afferrai al volo. Salii senza che l’autista avesse rallentato troppo.”

“Fui raccolto, pur straniero, perché avevo un bagaglio leggero, chiedevo aiuto, fu per il mio aspetto vulnerabile che venni accettato”. Il pensiero corre inevitabilmente ai bagagli inesistenti dei profughi che sbarcano a Lampedusa e sulle nostre coste. E va alle rotte balcaniche, e ai camminanti, fra cui famiglie intere cariche di borse di plastica piene di coperte per affrontare il gelo delle notti. Borse che abbandonano solo in vista del game: il tentativo di scavalcare l’ennesimo muro verso l’Europa.

Alla Fraternità Massi di Oulx, rifugio temporaneo prima del game verso la Francia e una delle tappe del percorso seguito dal Festival dell’Accoglienza, chi vi era salito si era sentito dire da un testimone: “Vi sono famiglie che, proprio per essere cariche di vite, impiegano anche 5 o 6 anni per percorrere una delle rotte balcaniche”. Parole che hanno impresso negli ascoltatori il segno più realistico della fatica, anche nel sopravvivere a nuovi soprusi e violenze.

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