Foto ricevute da Oscar Camps
Queste fotografie sono come un “pugno dello stomaco”; sono quelle che non vorremmo mai vedere e che invece abbiamo già visto tante volte e, purtroppo, nulla ci porta a pensare che questa sarà l’ultima volta che sotto i nostri occhi compariranno immagini così atroci delle tragedie che quasi quotidianamente avvengono nei nostri mari, gli stessi che tra pochi giorni verranno presi d’assalto dal popolo dei vacanzieri.  Nello Scavo in un articolo di Avvenire di martedì 25 maggio 2021, che qui riportiamo, ancora una volta prova a risvegliare la coscienza di tutti noi.

Da lontano sembra una piccola duna di sabbia. Di quelle che lascia la risacca dopo l’alta marea, quando il mare si ritira e sulla battigia restano detriti o mucchi di alghe. Erano bambini, invece. Un corpicino, probabilmente una neonata, è quasi del tutto seppellito. Indossava una tutina a fiori.

Li ha riportati il mare dopo giorni alla deriva. Almeno tre corpi, e poco lontano i resti di un gommone dai tubolari oramai sgonfi. E’ quel che resta di un naufragio, di altre vite perdute senza che alcuno abbia mosso un dito. I morti potrebbero essere decine. E chissà se le correnti li depositeranno da qualche parte.

Secondo Oscar Camps, fondatore di Open Arms, che ha ottenuto le immagini da operatori locali, i naufraghi senza vita “sono stati abbandonati su una spiaggia a Zuara, in Libia per più di 3 giorni. A nessuno importa di loro”. Altre fonti, tra cui la giornalista Nancy Porsia, hanno spiegato che appena rinvenuti sulla spiaggia i cadaveri sono stati presi in consegna dalle autorità che si occuperanno della sepoltura e di conservarne i dati essenziali per una eventuale identificazione.

Foto ricevute da Oscar Camps

Comunque siano andate le cose dopo il naufragio, quei corpi sono una prova di reato. «I governi europei, e anche molta informazione, dicono spesso che queste persone “sono morte”. In realtà, sono state “fatte morire”. Non si tratta di “incidenti” o di “disgrazie” imprevedibili. L’Europa ne dovrà rispondere. Perché queste tragedie si ripetono sotto lo sguardo delle autorità nel Mediterraneo».

Per il fondatore dell’organizzazione di salvataggio spagnola questa ennesima tragedia è il frutto delle politiche “che hanno indotto i governi a negoziare con la mafia libica e così facendo hanno legittimato le organizzazioni criminali, in cambio di qualche barile di petrolio in più e di qualche migrante in meno. Senza chiedere in cambio neanche il minimo rispetto dei diritti umani». E ora l’aumento delle partenze è anche il frutto di quella “trattativa”, con i trafficanti “che alzano il prezzo”, conclude alludendo alle iniziative intavolate per frenare le partenze.
Nei prossimi giorni il premier libico Dbeibah sarà in Italia e certo non sarà una passeggiata negoziare quando i trafficanti continuano a mettere a rischio migliaia di vite, mentre non è cambiata la situazione nei campi di prigionia, dove l’Onu fatica a entrare per le ispezioni.

Foto ricevute da Oscar Camps

Nelle ultime settimane si sono intensificate le partenze nell’area tra Zawyah e Zuara, un distretto in teoria sottoposto a una unica guardia costiera, che pur avendo ricevuto motovedette, addestramento ed equipaggiamento dall’Italia, non riesce a prevenire le partenze e neanche a far rispettare i diritti fondamentali nei centri di detenzione governativi.

In passato proprio a Zuara c’era stato un momentaneo freno al traffico via mare. Nello stesso periodo l’Italia aveva versato le prime rate di diversi milioni alle “municipalità” libiche il cui governo locale è espressione diretta dei clan che controllano il territorio.

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