Il IX report sul Diritto d’Asilo di Fondazione Migrantes uscito da Tau Editrice presentato a Torino. Oltre 123 milioni i migranti forzati che chiedono protezione. L’accoglienza è dovere di tutti

Non c’è pace, né asilo, per chi fugge da guerre e violenze, dalla fame e da un destino di morte. Erano 123,2 milioni i migranti forzati calcolati a fine 2024 dall’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati). – il 6 per cento in più rispetto all’anno precedente. Persone riuscite a scampare fortunosamente da torture, taglieggiamenti, deportazioni lungo le rotte migratorie. E a salvarsi da respingimenti e naufragi in mare. Individui che ora, finalmente approdati da soli o in famiglia sul suolo europeo, si trovano però ad affrontare barriere sempre più gravose per ottenere asilo e protezione. “Un mondo in stato di crisi permanente continua a generare spostamenti di popolazioni, mentre i sistemi di protezione sembrano arretrare, tra esternalizzazioni, reclusione e rimozione della responsabilità politica”, si legge nel IX report “Il Diritto d’Asilo” di Fondazione Migrantes uscito da Tau Editrice con l’emblematico titolo Richiedenti asilo: le speranze recluse.

 E tuttavia, come scrivono le curatrici del rapporto Chiara Marchetti e Mariacristina Molfetta nell’introduzione, «le guerre non sono il nostro destino ineluttabile, così come non lo è la corsa al riarmo. Il diritto internazionale, il diritto d’asilo, la diplomazia e la ricerca del bene comune possono e devono tornare al centro. La fraternità e la sorellanza, insieme al rispetto per la terra, sono valori che possiamo e dobbiamo continuare a coltivare».

Diritto d’Asilo. Il Report di Fondazione Migrantes

Durando e Lo Russo

Dopo la sua prima presentazione a Roma, il report è stato illustrato a Torino, presso la biblioteca Italo Calvino, giovedì 26 febbraio. Una data non casuale, come ha sottolineato Sergio Durando, referente della Pastorale Migranti Torino e moderatore dell’incontro. “Il 26 febbraio di tre anni fa si è consumata la strage di Cutro con 94 morti in mare accertati, di cui 34 minori – ha ricordato Durando – Un naufragio che si poteva evitare. E che ci deve far riflettere sulla disumanizzazione dei corpi”.

Patto europeo su migrazione e asilo. Barriera allo sviluppo sociale

A luglio entrerà in vigore il Patto europeo su migrazione e asilo, che accentuerà in tutta la UE la logica del contenimento. E che di fatto metterà a forte rischio il diritto d’asilo, con preoccupanti conseguenze per tutti i migranti, ma soprattutto per i minori stranieri non accompagnati.

L’incontro di presentazione del Report sul diritto d’Asilo

Cresceranno gli invisibili, le persone ai margini e in povertà assoluta”, ha sottolineato Durando. A causa dei cambiamenti climatici, nel 2050 si stima che ci saranno 250 milioni di persone di fuga dalla propria terra di origine. “Come ci prepariamo ad affrontare il fenomeno? – Durando ha lanciato la sua provocatoria domanda – La riflessione è da approfondire. Perché nella nostra visione la mobilità deve essere occasione di crescita e sviluppo sociale”.

Torino, modello di integrazione per l’Italia

Torino ha dalla sua una lunga storia di migrazioni. Il suo stesso tessuto s’impasta nel concorso corale di forze, tradizioni e mentalità diverse. “Il nostro è un modello di accoglienza progressiva – ha puntualizzato il sindaco di Torino Stefano Lo Russo – Prima dai paesi attorno alla città. Quindi dal Sud d’Italia. Poi, in anni più recenti, dal Maghreb. Quindi dall’Africa Sub-Sahariana”. La metropoli rafforza la propria vocazione di città laboratorio, dove entrano in gioco e si confrontano vissuti e costumi diversi. “Ma mai deve venire meno la dimensione valoriale e culturale che ci caratterizza – ha rimarcato Lo Russo – Occorre un nuovo patto della città, dove l’integrazione deve diventare la nostra priorità. Un patto molto torinese, fatto di concretezza, di impegno, di determinazione a fare”.

Molfetta. “Le morti in mare. Una scelta politica”

Molfetta

La strada verso la piena integrazione è costellata d’insidie. E lo dimostrano le cifre snocciolate dal Report. “L’Europa delle Convenzioni dei diritti umani e dei fanciulli sta scivolando verso una china controversa – ha avvertito Mariacristina Molfetta, in qualità di coautrice dello studio – Le morti in mare sono una scelta politica. La scelta di rendere, in forza di una sequenza di leggi inumane, sempre più dure e punitive le rotte migratorie”.

Aiuti europei ai danni dei perseguitati

In un mondo dove ai diritti umani si stanno sostituendo le ragioni del più forte, si presta sempre meno attenzione al pur sbandierato obiettivo di un’equa distribuzione delle risorse. “L’un per cento più ricco ne ha a disposizione il 45 per cento – punta il dito Molfetta – Tutto mentre due miliardi di persone arrancano alla ricerca di pozzi di acqua”. Tutto a non parlare dei 59 conflitti che insanguinano i paesi più remoti, delle inondazioni e delle carestie che li piegano, del terrorismo che incombe come una scure sulla quotidianità di paesi e famiglie. “In Europa e in Italia si fa un gran parlare di politiche di aiuto – ha proseguito Molfetta – Ma poi in concreto questi aiuti, già molto al di sotto delle soglie stabilite a livello europeo, vengono destinati ai governi locali, alle forze di polizia e alle milizie per bloccare i migranti e per sbatterli nei campi di raccolta. Non certo per scavare pozzi o costruire strade. Non per rendere meno miserabili condizioni di vita impossibili. Per annientare le forze residue di chi già tanto soffre”.

Il Patto europeo su migrazione e asilo non combatte i trafficanti

La mistificazione della realtà è assoluta. “Si dice che il Patto europeo su migrazione e asilo mira a combattere i trafficanti di esseri umani – ha osservato Molfetta – In realtà le nuove norme colpiranno e ancora più duramente le loro vittime. Che non hanno altri mezzi per sottrarsi a un destino di morte se non quelli di mettersi nelle mani degli aguzzini. Le condanneremo ad altre inumane sofferenze. Senza con questo risolvere alcun nodo alla radice delle migrazioni”.

481 mila le domande di asilo in Italia. 17 mila i minori non accompagnati

In Italia, nell’ultimo triennio, sono stati 450 mila i richiedenti asilo. Tra loro anche le persone con protezione speciale e sussidiaria. E quelle con lo status di rifugiati. Nel computo rientrano inoltre 180 mila migranti dall’Ucraina. “Su una paese di 60 milioni di abitanti, di cui 6 milioni all’estero e 5 di stranieri, non si tratta di cifre esorbitanti – ha ribadito Molfetta – E non certo tale da configurare un’emergenza”. Tra i richiedenti asilo figurano poi 17 mila minori non accompagnati. “La loro presenza dovrebbe rappresentare una ricchezza in un paese come il nostro, a bassissima soglia di natalità – ha considerato Molfetta – Ma contro ogni criterio di buon senso e in omaggio a distorte ragioni di sicurezza, le attuali politiche di chiusura si rivelano controproducenti persino per la nostra società e il nostro futuro”.

8 anni di sofferenze per Amadou, gambiano in Italia

Con la sua contabilità agghiacciante, il report mette a nudo storie di sofferenza estrema. Come quella di Amadou Jaiteh, gambiano, il cui caso è stato riportato in un capitolo dello studio. Alla ricerca del tempo rubato è l’emblematico titolo dato al racconto. Lo riporta Maurizio Veglio, avvocato, socio dell’Associazione studi giuridici immigrazione (Asgi), che ha redatto il contributo. E che nel corso dell’incontro torinese ha presentato una video-intervista registrata al giovane. “Amadou aveva14 anni quando ha deciso di partire. Nel suo paese cucinava per sé e per i suoi cari. Ma non aveva alcuna prospettiva di studio o di lavoro”. Ad aspettare il ragazzo un destino di sofferenze, fatiche, sfruttamento, delusioni. E non solo nel deserto del Sahara e poi in Libia, dove avrebbe patito il sequestro e la prigione. Ma anche in Italia, in centri di accoglienza promiscui, che non offrivano neppure la possibilità di fare un percorso scolastico. Quindi nei campi agricoli del foggiano, dove per pochi euro al giorno ci si condannava e condizioni di vita penose.

Il calvario di Amadou. Una vita in ostaggio

Infine, a Torino, l’ennesima beffa. Dopo un’accoglienza dignitosa, la Procura minorile, in base a un esame ai raggi X della bocca e del polso, stabiliva che Amadou non era minorenne. E che quindi in quanto tale non aveva più diritto a frequentare un corso per panificatori, né ad essere ospitato in comunità. Dovevano trascorrere altri anni segnati da lavori in nero e sfruttamento: stanze in condivisione, raccolte di pomodori, mandarini e angurie. Sino a quando il Tribunale di Torino non certificava finalmente che “nonostante le condizioni di estrema precarietà” la vita di Amadou era ormai radicata in Italia. E che quindi – dopo 8 anni di sofferenze estreme – poteva infine restare. Un calvario che comunque non è possibile dimenticare. “Per quanto tempo hanno preso e tenuto la mia vita nelle loro mani? – si chiede ora il giovane – Avevano la mia vita in pugno. La mia vita”.

Una risposta di rete alle richieste di asilo dei migranti

Per i paesi di approdo la prospettiva è da cambiare. Ma serve il contributo di tutti. Istituzioni, reti territoriali, comunità e associazioni, anche religiose. E poi la disponibilità delle famiglie, che con generosità e responsabilità aprano le porte della propria casa e diano ospitalità. Il progetto di Rifugio diffuso – un unicum tutto torinese – è nato così. Dall’alleanza tra diversi soggetti, determinati a dare accoglienza, prospettive e speranza a chi non ha più. “Rifugio diffuso rientra nel programma Sistema assistenza e integrazione – ha spiegato Jacopo Rosatelli, assessore alle Politiche sociali e al welfare della città di Torino – L’esperienza, che tra l’altro ha ricevuto in Consiglio comunale un’approvazione trasversale di diverse forze politiche anche non di maggioranza, si sta rivelando molto positiva. Il suo modello può essere esportato anche in altre parti d’Italia”.

Rifugio diffuso. Un’esperienza di dialogo che resiste alla burocrazia

Non sono mancate le difficoltà, quando per problemi burocratici di rendicontazione delle spese delle famiglie Rifugio diffuso è stato ridimensionato ed è stato anche a rischio di chiusura. “Ma noi non ci siamo arresi – ha precisato Monica Locascio, direttrice area 1 città di Torino – Direzione del dipartimento Servizi sociali, socio-sanitari e abitativi – Riteniamo che la rete finora intessuta possa resistere a qualsiasi tensione. Perché al di là della burocrazia è sostenuta dal dialogo tra le persone”.

Le storie a lieto fine di Amaru, di Khaled, Adil, Danja ed Edmund

Rifugio diffuso è stato un trampolino di lancio per numerosissimi stranieri a Torino e in Piemonte. Il peruviano Amaru, per esempio, ha potuto beneficiare dell’accoglienza di un’anziana signora di Moncalieri, con cui ha condiviso stanze, pasti e ore e ore di chiacchierate. “Ora che la mia laurea in Psicologia è stata riconosciuta in Italia, presto servizio con regolare contratto in una comunità per tossicodipendenti – conferma il giovane – Il mio lavoro mi piace e mi realizza. Mi ha reso indipendente. Ma l’amicizia di chi mi ha aperto la sua casa rimane come un dono prezioso che ha dato una svolta alla mia vita. Mi ha aperto una prospettiva di normalità”.

Francesca e il fratello arrivato dall’altra parte del mondo

Davide, Francesca e Beatrice con Durando

Quella di Amaru non è l’unica storia e lieto fine. Ci sono anche quelle di Khaled, di Adil, di Danja e di Edmund. E poi ci sono i racconti delle famiglie ospitanti. Davide, con la moglie Beatrice e la figlia Francesca, che considera Adil ‘un fratello maggiore’. “Ho subito accolto con gioia la proposta di mio padre – ha ripercorso Francesca – anche se non mancavano i timori di confrontarmi con una persona tanto diversa per abitudini e mentalità. Ora che Adil è in Spagna per un percorso di lavoro, debbo dire che la sua presenza mi manca. Grazie a lui abbiamo ricostruito la nostra famiglia. Ne abbiamo ampliato le prospettive. Abbiamo imparato a confrontarci con il mondo”.

Per Martina e Daniela due ragazzi da ascoltare ed amare

Da parte sua, Martina, voleva solo mettersi a disposizione per offrire a un giovane un’opportunità. Come l’aveva avuta suo figlio, ormai felicemente stabilitosi in Inghilterra. Ma dopo la sua convivenza con l’afgana Danja, la donna ha capito di avere ricevuto molto di più lei, nella condivisione del tempo e delle esperienze. “Ho apprezzato l’importanza dell’ascolto. Che in una famiglia è tutto”. “Edmund – concorda Daniela – è stato un dono per me. Una finestra aperta sul mondo”.

Progetto Vesta di Bologna. Accoglienza in famiglia e rete con le istituzioni

Se Torino è un faro di accoglienza per molte città d’Italia, non mancano altre positive esperienze territoriali. Come quella di Bologna, presentata nell’incontro del 26 febbraio da Giulia Comirato, della Cooperativa Cidas che sviluppa il progetto Vesta. “Il nostro esperimento è nato in risposta al provocatorio invito lanciato su alcuni social di ospitare gli stranieri in casa nostra – ha ricordato Giulia – Ci siamo rimboccati le maniche e dati da fare per dare rifugio soprattutto a minori e giovani soli. Nell’alleanza tra pubblico e privato abbiamo fatto rete. E abbiamo avuto conferma che la dimensione famigliare è quella più adatta a garantire un inserimento duraturo”.

La tavola rotonda con Comirato, D’Alberto, Fontana e mons. Giraudo

Accoglienza diffusa come chiave di volta di un welfare efficace

L’accoglienza diffusa può essere la chiave di volta di un welfare efficace. Ne è convinto Gianguido D’Alberto, sindaco di Teramo e delegato Anci all’immigrazione. “La famiglia è il luogo più idoneo allo sviluppo delle personalità individuali – D’Alberto ha richiamato il dettato costituzionale – E in questi valori si salda la dimensione spirituale della Chiesa con il diritto civile”. Dopo la strage di Cutro tutto è cambiato nelle politiche di ingresso degli stranieri. E non in senso positivo. “Siamo a un bivio storico – ha considerato il sindaco – per quanto non facile. Dobbiamo ribadire il principio che dietro ai numeri ci sono le persone, con il loro diritto a vivere una vita degna”.

Richieste di asilo e permessi. Protocolli più snelli alla Questura di Torino

Lo Stato deve fare la sua non secondaria parte. Anche alleggerendo i carichi burocratici che pesano sui richiedenti di asilo e di permessi di soggiorno. “I protocolli stanno diventando più snelli – ha assicurato Raffaella Fontana, dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Torino – A oggi la Questura di Torino conta 152 mila stranieri regolari”.

Proprio a lei è toccato, nei primi mesi del suo incarico, gestire le infinite e indecorose code di immigrati alle porte degli uffici di corso Verona. Un vulnus a cui faticosamente si cerca di porre rimedio, anche grazie alla piattaforma on line ‘prenota facile’, che non richiede pratiche in presenza. Ma non tutto è senza condizioni. “Per noi ogni richiesta è un caso da valutare – ha rimarcato Fontana – Dobbiamo approfondire le singole posizioni sia nelle richieste di prima istanza, sia nei rinnovi”.

Per il rilascio del permesso di soggiorno occorrono in media tre anni. Ma in questo lasso di tempo la domanda va rinnovata semestralmente. Pena la perdita del codice fiscale, del diritto al lavoro per sé stessi e alla scuola per i figli. “Quello a cui puntiamo è allungare i tempi di questi rinnovi”.

Mons. Giraudo. “Stranieri. Persone da mettere al centro”

Mons. Giraudo

La risposta a una piena integrazione deve per forza di cose giocarsi su più livelli. “Dove ci sono le persone ci sono i diritti – ha articolato monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliare della Diocesi di Torino, tirando le fila della mattinata – Questo fa parte della nostra tradizione teologica e filosofica. E se smarriamo questa tradizione smarriamo quello che siamo. Questo a prescindere dalla fede. Poi la fede colora quei diritti di una natura ancora più profonda”. La mattinata è stata per monsignor Giraudo una rara occasione di ascolto. Che ha confermato la necessità di mettere le persone al centro, con i propri inalienabili diritti custoditi da leggi, procedure, incontri, possibilità. “Riconoscimento, salvezza, opportunità sono anche le dinamiche con cui Dio si prende cura di noi – ha osservato il vescovo – E con cui ci riconosce nella volontà di salvarci ogni giorno”.

Con papa Leone XIV un invito alla conversione

Monsignor Giraudo ha voluto chiedere perdono per tutti i cristiani – in primo luogo tanti cattolici – che si riempiono la bocca di Vangelo senza però viverlo pienamente. Anzi tradendolo ogni giorno. Di qui l’invito alla conversione attraverso la lettura del passo conclusivo della prima esortazione apostolica di papa Leone XIV Dilexi te. “Sia attraverso il vostro lavoro. Sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste. Sia attraverso quel gesto di aiuto semplice, molto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù – Io ti ho amato – sono per lui”.

Paola Cappa

Foto dell’incontro Marcos Dorneles

La sintesi del IX Report sul diritto d’asilo

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