Il Memorandum d’intesa Italia‑Libia del 2017 resta in vigore. L’Italia non solo non ha promosso un voto parlamentare né un dibattito pubblico significativo: non ha neppure sollevato un provvedimento formale di revoca.
In base alla clausola prevista nell’articolo 8 dell’accordo, se nessuna delle parti chiede modifiche o recesso, il patto viene automaticamente rinnovato ogni tre anni. E così è accaduto in seguito alla scadenza del 2 novembre 2025, il trattato si riproporrà, senza che nulla cambi, fino al 2028/29.
Questo accordo – fra l’Italia e la parte della Libia riconosciuta dall’United Nations come Governo di Unità Nazionale – prevede che Roma metta a disposizione motovedette, fondi, addestramento e supporto tecnico per la guardia costiera libica. In sostanza, il controllo del flusso migratorio verso l’Italia viene esternalizzato: la Libia intercetta barconi, rispedisce o trattiene persone, mentre l’Italia finanzia e rafforza le capacità del paese nord-africano su questo versante.
Nulla è servito che le organizzazioni internazionali abbiano testimoniato che in Libia, nei centri di detenzione – controllati formalmente dall’Department for Combatting Illegal Immigration (DCIM) ma in pratica affidati a milizie – si registrano “tortura sistematica, schiavitù, i lavoro forzato, estorsione, stupri e sparizioni arbitrarie”.
Il parlamento italiano, sotto il governo Giorgia Meloni, ha evitato di intervenire in modo sostanziale: la mozione dell’opposizione che chiedeva la sospensione di tutta la cooperazione tecnica e finanziaria con la Libia è stata respinta. La continuità tacita dell’accordo racconta qualcosa che va oltre l’amministrativo: è il racconto di un Paese che accetta di delegare i propri confini – e con essi il destino dei migranti – a strutture dove i diritti fondamentali sono quotidianamente violati, e delega la propria coscienza al silenzio.
Mentre restano aperte le prigioni libiche, le maglie delle catene rimangono strette e l’Italia firma le ricevute di questa strategia chiamandola “contenimento”, “cooperazione” o “gestione dei flussi”. Nel frattempo, il rischio di essere considerati corresponsabili per queste politiche si amplifica: il ruolo dell’Italia è già stato messo in rilievo come parte integrante del sistema di controllo esterno delle frontiere, rete che a più riprese è stata messa in discussione in sede europea e internazionale.
Non si tratta solo di un rinnovo automatico senza clamore, ma di una scelta politica che ha implicazioni concrete: la scelta di non decidere è essa stessa una decisione.
[Da “Vie di fuga, osservatorio permanente sui rifugiati” https://viedifuga.org/rinnovato-nel-silenzio-il-memorandum-libico/]
