Mentre il governo spinge per la realizzazione di nuovi CPR, cresce il bisogno di un piano di azione per superare il sistema della detenzione amministrativa.
Da settimane si discute della possibilità che vengano realizzati nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri. È di fine aprile la notizia dell’appalto da 41,2 milioni per la realizzazione di un nuovo Cpr a Castel Volturno 1. Ma si parla con insistenza anche di un nuovo Cpr a Trento, a Bologna e a Pallerone, frazione del comune di Aulla in provincia di Massa-Carrara.
Quell’idea di realizzare un Cpr in ogni regione, già dichiarata dal ministro Piantedosi da tempo, con l’approvazione dell’ultimo pacchetto sicurezza sta avendo un’accelerata.

Di fronte a questa ‘nuova ondata di sadismo contro i migranti’, riprendendo l’espressione utilizzata dal Centro Studi e Ricerche IDOS nel comunicato del 29 gennaio 2026 sulle ‘politiche italiane improntate al sadismo verso i migranti’, si sono sollevate diverse voci contrarie. Le più variegate, presidenti di regione, sindaci, vescovi, associazioni, movimenti. Insomma, non solo gli attivisti storici della galassia No Cpr hanno alzato la voce contro questi progetti. Ma una pletora di soggetti istituzionali e no ha inteso far sentire la propria contrarietà.
Ampio fronte del No a nuovi CPR
L’ampliamento del fronte del No alla costruzione di nuovi Cpr è una notizia positiva che però deve innescare una riflessione. A ben vedere, infatti, le posizioni espresse non sembrano tutte andare verso la stessa direzione e, come si dice, ‘il diavolo sta nei dettagli’.
Cpr visti come fattori di degrado del territorio
In questo senso divengono emblematiche le parole pronunciate dal presidente della Regione Toscana – Giani – Che fonda la sua opposizione alla realizzazione del Cpr di Pallerone su ragioni di sviluppo economico e turistico del territorio che sarebbero mortificate dalla realizzazione di un Cpr. Perché, dice il presidente, assieme “ai cittadini stranieri non comunitari, irregolari o destinatari di un provvedimento di espulsione (…) arrivano poi amici, parenti, congiunti. Un flusso di persone incontrollato che, come accade in ogni struttura di questo genere, richiama spesso persone che hanno commesso reati, soggetti borderline, e quindi degrado”.
Sorvolando sul numero esagerato di luoghi comuni e false informazioni contenute nella dichiarazione del presidente della Regione Toscana, non si può però sorvolare su una questione che fa da sfondo a queste dichiarazioni e che merita di emergere.
Non c’è un piano di azione per arrivare alla chiusura dei Cpr
Fake news e pregiudizi s’intrecciano al tema tutto politico del futuro del sistema della detenzione amministrativa e dei Cpr. Un dibattito che mentre a destra è definitivamente risolto. Nel senso che nessuno si sogna di mettere in discussione il sistema attuale di detenzione amministrativa. Se non per auspicarne un potenziamento, per richiederne maggiore durezza e risolutezza.
A sinistra, ad essere intellettualmente onesti, il dibattito appare ancora non risolto. Così, al di là delle encomiabili posizioni personali di questo o quel parlamentare, di questo o quell’esponente politico, manca ancora una chiara dichiarazione di intenti e un piano d’azione per arrivare, in caso di vittoria elettorale, alla chiusura dei Centri di Permanenza per i Rimpatri.
Necessario un sistema di gestione dei flussi migratori
La chiusura dei Cpr non è questione semplice e immediata anche perché l’Europa purtroppo non ci sta aiutando, piuttosto il contrario. Ma proprio perché il tema è dannatamente complesso, non è intellettualmente corretto evitare la discussione. Rimandarla, nascondersi dietro uno slogan.
Non basta dire ‘chiudiamo i Cpr’, perché occorre poi anche essere in grado di immaginare e realizzare un sistema di gestione dei flussi migratori e, più in generale, un sistema di accoglienza che non sia fondato su hotspot e CPR.
Strategie contro il rischio di normalizzare la detenzione amministrativa
Chi vuole provare ad immaginare un futuro senza Cpr ha il dovere di far partire una riflessione seria sul percorso da seguire per arrivare al risultato sperato. Ed ecco che le strade iniziano a biforcarsi. Per alcuni non si può prescindere da una posizione netta e intransigente che si fonda sulla immediata chiusura di luoghi che sono incompatibili con i principi delle nostre società. Per altri, il risultato della chiusura dei Cpr può essere immaginato come punto di arrivo di un processo, le cui tappe però non sono definite.
Le due posizioni debbono confrontarsi per individuare la migliore strategia, soprattutto se il fine rimane comune. Perché il rischio che stiamo correndo è quello di una normalizzazione della detenzione amministrativa e del sistema Cpr.
Cpr. Privazione della libertà in assenza di reato
Un dibattito efficace deve partire dal domandarsi se realmente vi possano essere interventi migliorativi del sistema Cpr. Se sia accettabile un sistema di privazione della libertà personale in assenza di un reato. Se il trattenimento non determini un peggioramento delle condizioni di vita degli stranieri sia dal punto di vista psico-fisico, sia dal punto di vista della possibilità di integrazione. Ed è proprio rispondendo a queste domande che la posizione più intransigente diviene quasi naturale.
Nei Cpr le persone diventano ‘cose’
Ma non solo. Il dibattito sulla detenzione amministrativa va arricchito di altre riflessioni altrettanto importanti – a cui non sempre viene dato il corretto spazio e la giusta attenzione – ovvero la reificazione dello straniero.
Lo straniero sottoposto al trattenimento in un Centro di Permanenza perde la sua umanità. Viene trasformato da persona a cosa. Un segno chiaro di questa trasformazione è la riduzione della persona a un numero identificativo. La perdita di identità passa dalla scomparsa di un nome e di un cognome, dalla riduzione di un individuo a un fascicolo (fascicolo processuale, fascicolo sanitario, fascicolo degli eventi critici).
Un codice sostituisce nome e cognome
L’utilizzo di un codice per identificare lo straniero trattenuto è non solo spersonalizzante ma anche umiliante. Il numero toglie la individualità della persona, cancella la storia. Elimina il suo essere persona unica, portatrice di una storia, di un passato, di un insieme di relazioni e, anche, di cadute, di errori, di fallimenti. Come scritto da Mauro Palma (già garante nazionale delle persone private della libertà), “nei luoghi di privazione della libertà, qualunque siano la loro specificità e le motivazioni per cui le persone sono in essi ristrette, l’anonimia è quasi una costante” 2.
L’anonimia, di cui parla Palma, non è frutto solamente di disattenzione e superficialità. Non è soltanto frutto del desiderio di sminuire e umiliare lo straniero. È anche il prodotto di processi culturali. O, meglio, di mancanza di strumenti culturali per comprendere la gravità di tali processi di de-umanizzazione.
L’uso del tempo come strumento repressivo
L’anonimia non è solo la privazione del nome. Vi è uno stretto collegamento tra lo status detentivo e l’utilizzo del tempo come strumento repressivo ed oppressivo.
All’interno del Cpr il tempo viene in rilievo sotto due profili differenti. Per la sua perdita di significato e come strumento di oppressione.
Trattenuti preda di insonnia, irrequietezza e schiavi di psicofarmaci
Il tempo dentro il Cpr viene svuotato di significato. Non ha uno scopo. Trascorre lentamente tra apatia e frustrazione.
È un tempo che cannibalizza le speranze del trattenuto. Che annichilisce. Che fiacca lo spirito. Non è un caso che all’interno di queste strutture l’utilizzo di psicofarmaci siano una costante drammatica. Non è un caso che i trattenuti soffrano di problemi di insonnia e di irrequietezza. Non sono casuali le rivolte, gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio.
Lunghe attese per una semplice telefonata o un colloquio col legale
Il tempo privato di una prospettiva diviene un nemico subdolo che piega la mente dei trattenuti. Le giornate trascorrono nella speranza di una notizia positiva. Ma in assenza di qualsiasi distrazione capace di alleviare le sofferenze della vita ristretta, dell’essere chiuso in gabbia, dell’essere privato di rapporti sociali. In un contesto così opprimente la semplice telefonata o il colloquio con il legale diviene motivo di svago, di distrazione, di sollievo.
Pensare che il colloquio con un difensore sia auspicato come momento di frattura nel tempo piatto del Cpr, rappresenta la drammaticità della condizione vissuta.
Tempo, fattore di diseguaglianza nelle vicende processuali
Il ruolo cardine del tempo come strumento di repressione è ancora più evidente se si analizzano le vicende processuali che si accompagnano alla detenzione amministrativa. In questo caso il tempo diviene strumento non solo di oppressione ma anche di diseguaglianza.
Il tempo processuale è diversamente coniugato nella realtà a seconda dei soggetti che agiscono. Ad esempio, i tempi degli avvocati sono perentori, rigidamente compressi. Mentre i tempi dei giudici sono discrezionali e dilatati.
Sistema processuale rapido nei trattenimenti, lento nel dare protezione
Analizzando le dinamiche della detenzione amministrativa occorre domandarsi se il sistema processuale sia al servizio della giustizia o al servizio della politica e, nel caso specifico, della pubblica amministrazione.
È singolare, ma, purtroppo, comunemente assunto, che nei procedimenti di convalida e proroga del trattenimento sia consentito alle Questure di avere sempre un giudice pronto a fissare un’udienza e a celebrare la stessa in 48 ore.
Quando invece a richiedere l’udienza sia il difensore, anche con provvedimenti di urgenza corroborati da solidi presupposti giuridici e fattuali, non si riesce mai a trovare un giudice pronto ad una celebrazione celere del procedimento. I ricorsi d’urgenza, le istanze di riesame, la fissazione delle udienze dei ricorsi riguardanti le richieste di protezione internazionale di stranieri ristretti nei Cpr hanno tempi di attesa assurdamente dilatati.
Il tempo usato per creare diseguaglianze
Eppure, le esigenze di urgenza ci sono. Le persone, per cui vengono presentati questi ricorsi, sono ristrette, private della libertà, gettate in strutture dove la violazione dei più elementari diritti è all’ordine del giorno. E i giudici sono gli stessi. Gli uffici che devono elaborare le richieste della Questura e quelle degli avvocati sono identici.
Ecco allora che anche dal punto di vista processuale il tempo assume il suo peso e diviene uno straordinario strumento di oppressione a danno degli stranieri privati della libertà e ristretti nei Cpr. Lungi dall’essere una dimensione neutrale, naturale, uguale per tutti, il tempo diviene strumento atto a creare diseguaglianza.
Giustizia piegata per scopi politici
Il tempo è allora un dispositivo politico e uno strumento di esercizio del potere che piega la giustizia a scopi politici. Pratiche amministrative lente, procedimenti giurisdizionali in attesa di una fissazione di udienza o con udienze fissate a distanza di settimane o mesi, consentono a chi ha il potere di esercitare un controllo discrezionale sulla libertà degli stranieri ristretti nei Cpr.
Lentezza processuale come punizione anticipata
Nel sistema giudiziario il tempo dovrebbe rappresentare una garanzia di equilibrio e di parità. Invece, nella pratica, il tempo processuale può trasformarsi in uno strumento di oppressione. La durata dei procedimenti, le attese, i rinvii e l’incertezza prolungata incidono profondamente sulla vita delle persone coinvolte. Spesso indipendentemente dall’esito finale del giudizio.
La lentezza processuale, riservata soltanto ad alcune tipologie di procedimenti, assume così una funzione punitiva anticipata. Rappresenta una precisa scelta punitiva per il trattenuto. Tutto questo non può essere normalizzato e non può neppure essere combattuto dall’interno.
Per chiudere i Cpr serve un’azione politica mirata e precisa
Abbattere un sistema così radicalmente iniquo e oppressivo richiede una serie di riforme drastiche del sistema giuridico e non solo. Ecco perché si rende necessaria un’azione politica mirata e precisa che abbia come unico fine la chiusura di una stagione iniziata nel biennio 97/98 e durata fin troppo. Una stagione fallimentare che deve concludersi con la chiusura dei Cpr e che non può avere altra alternativa.
Fonte Melting Pot
Foto: Melting Pot
- Il nuovo Cpr di Castel Volturno “inaugura” il Panopticon per la detenzione dei migranti, Luca Rondi – Altreconomia (29 aprile 2026) ↩︎
- Da Giustizia e Pene, La privazione della liberà: il proprio nome, il proprio tempo”, di Mauro Palma, 2 luglio 2024 ↩︎


