Il nuovo rapporto RR[X] su violenza di genere, deportazioni e traffico di donne migranti nere tra Tunisia e Libia è ora disponibile online. Documenta la catena di detenzione, tratta e abusi che colpisce le donne migranti, nel silenzio complice dell’UE. La presentazione al Parlamento europeo.
Il traffico di esseri umani e deportazioni forzate tra Tunisia e Libia è un crimine eretto a sistema. A strappare il velo sulla brutale e radicata catena di violenze è il nuovo rapporto “Donne e Stato: traffico di esseri umani. Violenza di genere, deportazioni e traffico di donne migranti nere tra Tunisia e Libia “. Ora disponibile online – in lingua italiana, inglese e francese – l’indagine è consultabile sul sito web: statetrafficking.net.
Realizzato dal collettivo RR[X] in collaborazione con Asgi, Border forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, il rapporto è stato presentato a Bruxelles presso il Parlamento europeo mercoledì 22 aprile. Relatori, gli eurodeputati Ilaria Salis, Leoluca Orlando, Cecilia Strada. L’incontro è stato tanto più rilevante alla luce del silenzio complice dell’Europa. Che considera sicuro un Paese in cui la tratta di esseri umani è realtà quotidiana. E per un numero sempre crescente di persone.
Trentatré interviste per ricostruire il sistema di abusi

Testimonianze dirette e ricerche approfondite costituiscono l’ossatura dell’analisi. Sono oltre 30 le interviste – 19 donne e 14 uomini – raccolte in forma anonima sul campo, a partire da dicembre 2024 e sino al febbraio 2026. Semplici e crudi, i racconti mettono in luce le sistematiche violazioni dei diritti umani tra Tunisia e Libia, dando voce alle vittime della tratta di esseri umani avallata dallo Stato.
Diverse fasi del traffico di esseri umani sponsorizzato dallo Stato erano già state documentate nel primo rapporto sul traffico di esseri umani di Stato del 2025. Ora vengono aggiornate dallo stesso gruppo di ricercatori.
Arresto, trasporto, attesa, compravendita, prostituzione
Confini spezzati. Interrotti. Contigui. I luoghi diventano nel rapporto una sequenza di fasi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi ancora detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Viaggi che a volte possono durare incredibilmente a lungo. Che segnano perdite. Di persone care, di familiari, di figli, di sé stessi.
Violenza sanzionata dallo Stato
Le persone passano da un checkpoint all’altro, da un’autorità all’altra, attraverso le azioni di funzionari statali in Tunisia e di milizie armate in Libia. Il loro status giuridico di cittadini e il loro status umano di persone vengono annientati. In una ‘violenza sanzionata dallo Stato’.
La violenza spesso inizia in mare, ma può anche cominciare nelle città, nelle zitounes , per poi raggiungere la terraferma e le coste della Tunisia, Sfax, e proseguire via terra verso luoghi difficili da identificare per i testimoni.
Perché, quando vengono arrestati, i migranti vengono ammanettati, perquisiti, privati di ogni oggetto in loro possesso e dei loro documenti, e quindi derubati anche del loro status legale. Un sistema che produce invisibilità legale, spaziale e temporale.
Tra Tunisia e Libia deportazioni e degrado
Caricati su autobus o camion e trasportati dalla Tunisia al confine con la Libia, uomini, donne e bambini durante il viaggio non ricevono alcuna informazione. Non sanno dove stanno andando: vengono picchiati, spesso bendati o incappucciati per impedire loro di guardare fuori e di orientarsi. E poi, il deserto cancella ogni punto di riferimento. Le distanze sono incommensurabili. Le direzioni sono irriconoscibili. Ma la gente sa che, se la loro destinazione è la Libia, saranno venduti.
A un certo punto, il percorso si restringe. I luoghi si ripetono. Uno in particolare continua a ripresentarsi nei racconti: la base della Guardia Nazionale tunisina a El Meguissem. Il punto di transito dove le persone aspettano e vengono smistate.
In Libia detenzione in attesa di un riscatto
Poi inizia la compravendita di persone. A questo punto, il carico umano diventa proprietà di attori libici, sia statali che non statali. La detenzione ricomincia da capo; il rilascio è concesso solo dietro pagamento di un riscatto. Un debito che viene saldato in vari modi.
Distruzione dei documenti e mercificazione dei corpi
Le testimonianze descrivono pratiche di degradazione ripetute: perquisizioni pubbliche, distruzione di documenti e sequestro di effetti personali. Non si tratta di episodi isolati. Servono a erodere l’autonomia individuale e a portare alla perdita dell’identità giuridica. Le persone vengono di fatto cancellate dai registri amministrativi.
Poi l’attenzione si sposta sui corpi, trattati come oggetti da neutralizzare. Durante i trasferimenti, vengono immobilizzati, privati di acqua e cibo, confinati in spazi chiusi. Alcuni raccontano di essere stati trasportati in camion per il trasporto di bestiame, stipati l’uno contro l’altro, con i corpi incastrati l’uno contro l’altro. Non si tratta di episodi isolati, ma di segmenti che, sommati, generano reificazione e mercificazione.
Su donne e uomini violenza fisica e sessuale sistematica e diffusa

La violenza fisica e sessuale permea ogni fase del viaggio. Non aumenta né diminuisce: cambia forma. In Tunisia, durante gli arresti e nei centri di detenzione, si manifesta con percosse, umiliazioni, l’uso di taser e minacce. Le donne descrivono perquisizioni invasive, spesso condotte da uomini, in spazi aperti. I corpi vengono spogliati. Nudi . Molte donne riferiscono di essere state violentate sia al momento della cattura a Sfax che negli uliveti.
Il passaggio attraverso la Libia non interrompe questa sequenza, anzi la rende più continua. Nei centri di detenzione libici, sia ufficiali che non ufficiali, la violenza diventa sistematica. Gli stupri vengono descritti come frequenti. Non episodi isolati. Non casi eccezionali.
“La violenza sessuale assume una natura diffusa – si legge nel report – Manifestandosi sotto forma di perquisizioni corporali invasive effettuate esclusivamente da uomini (in uniforme), spesso in luoghi pubblici. Anche i minori subiscono tali abusi, finalizzati al sequestro di denaro o telefoni cellulari che potrebbero nascondere”
Stupri pubblici sotto lo sguardo dei famigliari
La violenza sessuale non è nascosta. È messa in scena. “Si svolge in spazi aperti, di fronte ad altri detenuti – prosegue l’analisi – Non è solo un atto, ma una dinamica: chi soffre e chi guarda. Mariti, padri, figli sono costretti a guardare. Non possono intervenire; non possono fuggire. Lo sguardo diventa parte del meccanismo. Chi osserva è coinvolto. Non perché agisce, ma perché è lì, intrappolato nella scena. La violenza si estende così oltre il corpo colpito, si diffonde tra i presenti e si moltiplica senza cambiare forma. L’età non introduce una soglia. I bambini rimangono nello stesso campo visivo”.
Una cosa è certa: tutti i testimoni, a prescindere dal sesso, dichiarano che nessuna donna è risparmiata dalla violenza, che in molti casi sfocia nello stupro. Solo le neomamme e i neonati ne sono esenti.
Dalle carceri ai bordelli
La liberazione dalle prigioni libiche è possibile solo pagando un riscatto. Poco importa da chi. Che si tratti della famiglia, di una rete di amici o di chiunque voglia comprare un essere umano per sfruttarlo.
Per molte donne, la liberazione dalla detenzione non significa libertà. Quando non è possibile pagare il riscatto, si apre un’altra opzione: il lavoro forzato, spesso di natura sessuale. Le testimonianze descrivono trasferimenti in case o strutture dove il debito deve essere ripagato attraverso losfruttamento. Le donne parlano di bordelli. Il termine è chiaro. Solo le dimensioni variano. In alcuni casi sono molto grandi e ben organizzati. In altri, sono presenti solo poche donne. Anche la durata del soggiorno varia: dipende tutto dall’importo da rimborsare.
Donne come merci. Passate di mano in mano
Le donne diventano oggetti. Vengono usate, collocate da qualche parte, controllate, scambiate, rivendute. Come abiti di lusso, che vengono comprati e poi rivenduti. Di prima mano, di seconda mano, di terza mano, all’infinito. Una merce preziosa che, nel corso degli acquisti e delle vendite, perde gradualmente valore e si trasforma da seta in stracci.
Tratta e responsabilità europea
Il sistema non si esaurisce ai confini della Tunisia o della Libia. Il rapporto evidenzia il ruolo dei finanziamenti europei nel rafforzamento delle operazioni di controllo e intercettazione. Non si tratta di un collegamento indiretto o astratto. Alcune delle strutture coinvolte nelle deportazioni sono finanziate, almeno in parte, con fondi stanziati per la gestione delle frontiere.
Questo accade in un momento in cui la Tunisia continua ad essereconsiderata un ‘paese sicuro di origine e transito’ in diversi contesti istituzionali europei. Perché questa classificazione non entra nei dettagli. Non esamina i percorsi. Non tiene conto delle testimonianze delle persone.
Di fronte all’Europa un mondo che vomita violenza
Ogni singola persona intervistata dovrebbe essere al sicuro. Invece, molte di loro sono ancora in Libia. Una è ancora schiava. Alcune sono scomparse. Altre hanno raggiunto l’Europa, su imbarcazioni di fortuna che tre volte su quattro vengono inghiottite dal mare.
È un reportage che paralizza e toglie il fiato. Perché la violenza travolge sia chi la racconta sia chi l’ascolta. Parla del mondo in cui viviamo oggi. Un mondo che sanguina, che vomita violenza. Tutto sotto lo sguardo complice dell’Unione Europea.
Melting Pot Europa


